martedì 4 agosto 2009

L'occasione della forma 23^ - Il "forse" non basta


Pablo aveva mani esperte e nodose, che muoveva agili che come fossero, a piacere e secondo utilità, cesoie, piuttosto che unità di misura, o magari uncini al posto che ferri da stiro. Era la sua abilità: quella di maneggiare le stoffe e i tessuti. Di plasmarli a misura delle proprie esigenze, dell’utilità del cliente. Faceva tutto o quasi meccanicamente, fino al momento in cui la sua piccola “genialità” non saltava fuori, nell’aggirare un ostacolo: una forma diseguale fra una scapola e l’altra, un giro vita sproporzionato da mascherare con un risvolto nascosto nelle pieghe di un pantalone, una giacca da modificare al modificarsi delle pinguitudini. Orpelli, giochi di fibre e tessuti, di aghi e di filo, di macchine da cucire, manovrate con olio di gomito. Pablo era un uomo che sapeva ascoltare e tacere, tagliare e strappare, ricucire e riadattare. Scelto per la sua bravura e la consapevole sapienza dagli uomini più potenti della Catalogna che da lui trovano abiti confezionati su misura e quelle poche parole illuminanti di uno che sa tutto, che non vorrebbe sapere e ancor meno dire. Personaggio che per le sue conoscenze poteva molto nell’accedere direttamente al potere, senza di questo desiderarne far parte.
Quel pomeriggio, Pablo “manos calificados”, ospitava nel suo laboratorio un seminarista prossimo ai voti. Un ragazzo magro e pallido con uno sguardo un po’ smarrito e poche parole incerte. La necessità era quella di riattare un vecchio abito nero nella foggia e nello stile dei preti giovani. Di quelli che si sa: ben difficilmente avranno porte aperte alla carriera ecclesiastica, perché in arrivo da polverose province, piuttosto che da fame e indigenza più assolute.
Prese le misure dei pantaloni, della camicia, poi afferrò la giacca del giovane, mentre questi, distratto dai movimenti sapienti del sarto, non fece il gesto di impedirglielo con eccessiva foga. Fu un agitarsi istintivo, privo di rabbia o cattiveria, ma denso di pudore e imbarazzi improvvisi in un istantaneo “tira e molla” da cinematografo.
Dalla tasca interna dell’indumento caddero una, due, tre fotografie dai bordi sfrangiati. In un silenzio assoluto, per qualche secondo Pablo rimase fermo con la manica della giacca in mano a osservare quelle figure rivoltesi a faccia in su dal pavimento. Stette così, per un tempo brevissimo che sembrò al giovane quasi prete, una vita interminabile.
Lo sguardo del sarto andò poi fugace al viso paonazzo del giovane e di nuovo al pavimento. Dove il tempo dell’immobilità finì nell’atto lento e sereno di chinarsi, impilare indifferente le fotografie e riconsegnarle al giovane. Senza fiatare.
“Queste..Queste non sono mie” Fece il prossimo sacerdote con ansia trasparente.
“Non importa. Non importa” Tagliò corto Pablo il sarto, mentre un sorriso bonario e carico d’indulgenza canuta ammantava il giovane uomo di chiesa.
“Potrò contare sulla sua discrezione Don Pablo?”
“Non esiste discrezione. Non serve. Io non ho visto niente”.
Sarebbe bastata una frase sussurrata a un monsignore, piuttosto che a un alto prelato nell’atto di riadattare una manica e l’accesso al sacerdozio di quel giovane magro come uno spaventapasseri, sarebbe stato impedito per sempre. Ma Pablo, il sarto di Cadaquès, tacque sereno. Per carattere, prima ancora che per indulgenza.
Non parlò mai con nessuno di quel seminarista, ormai sacerdote, che viaggiava con delle fotografie pornografiche nella tasca interna della sua giacchetta nera, più volte riadattata. Non parlò delle proprie perplessità, non indugiò nel proprio sconcerto. Non giudicò e non volle che altri giudicassero. Più volte negli anni, alle visite di quel prete che si faceva largo nelle gerarchie della curia, pensò a quel pomeriggio insolito nel suo laboratorio. Ma furono pensieri che rese sterili per precisa volontà.

“Torni Amancito?” Le aveva chiesto ironizzando Estrela quella mattina
“Certo…Perché non dovrei?” Le aveva rimbeccato, tutt’altro che leggiadro, Esteban.
“No, te lo chiedo perché vorrei cambiare le lenzuola” Aveva rilanciato, feroce, la ragazza.
“Lascia le stesse” Aveva troncato lui, accigliandosi.
Non aveva sognato braccia al collo o imprevisti e consolatori appoggi, ma almeno avrebbe avuto desiderio di non esser canzonato. Non ora, non prima dell’Eminenza…
“Ma forse Estrela non si rende conto…”. Si era quindi rassicurato, infilando la calle in direzione del suo incontro.
“…O forse si rende conto fin troppo bene”. Gli era rimasto il dubbio.
Poi il pensiero consolatorio era scivolato di nuovo a quell’amore fisico che non bastava più a Esteban Labruna, pur appagandolo al punto da non sentir bisogno di altre scorribande, ma che in fondo rappresentava una parte sola di quell’appartenenza reciproca di cui voleva, come pulsione in lui nuova, che quell’amore si nutrisse. C’era il letto di Estrela, c’era quel dialogo contraddittorio e conflittuale, così vivo, così sensuale; c’era però dell’altro. Che a Esteban Labruna sfuggiva. Una parte di anima della donna bellissima che amava e che non aveva proprio colto e che non finiva, anche in quella mattina di agitazione, di rendere sconcerto le sue certezze.
“Torni Amancito?”
“Cazzo se torno. Torno. Torno. Torno”.
In quell’istante senza rendersene conto, Esteban Labruna, prese a strizzare gli occhi ogni manciata di secondi, come a irrorare occhi asciutti e fastidiosamente spalancati. Istinto di cui ebbe la percezione solo dopo un’ora, mentre camminava spedito alla volta della curia. Non gli capitava mai, non erano bisogni, ne atteggiamenti, di cui aveva conoscenza. Pensò che molte cose stavano cambiando. Definitivamente. E che quella non era che l’imprevista reazione di un corpo che ora si metteva davvero al servizio di un cuore. Di un’anima. Giusta o sbagliata che fosse la ragione che lo spingeva.

“Non c’è da aver paura ora Esteban. Non devo piangere sulle conseguenze delle mie scelte. Ho bisogno di tutto me stesso”. Così si ripeteva il giovane Labruna nello stanzone, seduto sulla panca di legno, mentre faceva anticamera all’eminenza. Non aveva mani sudate, ne somatizzazioni esplicite delle sue paure. Solo agitazione e voglia di essere altrove. Tanta voglia.
Così si perse a osservare quelle pareti bianche, coperte solo da vecchi dipinti di prelati e alti membri delle gerarchie ecclesiastiche catalane. Volti scavati spesso; arcigni sempre. Come potesse Dio albergare in quei visi, fra le pieghe di quelle espressioni innaturalmente aristocratiche, in quelle vesti nere come la pece, dai colli a volte pomposi e civettuoli, era una domanda che Esteban aveva cominciato a porsi pochi mesi prima. Al contatto con la sua “Eminenza”, ma soprattutto con quella croce argentea che gli pendeva dalla catena al collo. La magrezza ossuta di quell’uomo, aveva pensato la prima volta, non prometteva nulla di buono; così come quel naso adunco che pareva una vela tirata e tesa al vento del golfo catalano.
Il bianco di quelle pareti era fresco di mano, velocemente dato. Come a coprire in fretta e furia, inserzioni muffose secolari in quell’edificio, ma su quel punto della propria immaginazione l’architetto stette, rendendosi conto di essere sul cammino dell’esagerazione. Il vero problema, forse, non erano quei volti nei ritratti, ne i loro abiti, ne tantomeno le loro pose, o quel bianco. Il punto erano le sue paure, adesso. Pensò, in quell’interminabile anticamera, che è in quelle circostanze che i veri “ribelli” si vedono. Quando l’inevitabile gli presenta il conto del loro, presunto, coraggio. Giacché non esiste coraggio al momento dell’azione, ma solo al momento di quel subire, che potrà essere immediato o differito, ma che ne rappresenta naturale conseguenza.
Sulla parete di fronte, poi, il giovane Labruna non poté non notare un imponente ex voto incorniciato e appeso in bella vista fra tutte quelle angoscianti figure. Qui, incorniciata, si trovava l’amata bandiera catalana a sottili strisce orizzontali giallo-rosse, sormontata da una spessa croce d’oro e una scritta al di sotto. In caratteri dorati su sfondo a strisce azulgrana : “Els catalans a Nova York, per la fe de la seva mare pàtria català” c’era scritto.
Fu una visione che gli diede forza, ma non per ragioni nazionalistiche, o di devozione alla propria patria come ebbe a credere lui stesso, in un primo momento. Semplicemente perché innestò nella sua mente concentrata e viva, un seme solo apparentemente invisibile. Come un’idea che sorge piano, ma comincia a erodere preclusioni e preconcetti. E a farsi largo.
Poi lo stesso “bassotto” con le lunette che lo aveva avvicinato al cantiere per dargli appuntamento, comparve dietro la pesante porta.
“Prego signor Labruna, si accomodi. Sua eminenza l’aspetta” Disse, quasi sussurrando con un sorrisetto angosciante. Esteban si mosse.

“Bene signor Labruna, andiamo male. Molto male. Lei lo sa. Vero?…” L’alto prelato lo aveva fatto entrare dopo oltre un’ora di attesa. Si fece trovare in piedi dietro la sua pesantissima scrivania di mogano intagliato, con la solita espressione perentoria. La croce era rimasta ferma al centro del suo ventre inconsistente, sotto quella veste orrenda.
“…No, non dica nulla. Non ho voglia adesso di ascoltare la sua voce – lo aveva interrotto bruscamente, senza fargli proferire parola -. Mi da ai nervi. Ho voglia solo di parlare. L’ultima volta Labruna sono stato troppo indulgente con lei. Lo so…Lo riconosco.. E’ un mio difetto. D’altra parte sono un uomo di chiesa e per noi, nella nostra posizione, è sempre molto difficile indugiare in atteggiamenti aggressivi…”
“Io...”
“Stia zitto! Deve stare zitto! – lo aveva interrotto al solo prender fiato, prima di parlare - . Ci sembra sempre di andare contro ai precetti verso i quali abbiamo giurato obbedienza e fedeltà, come tramite della nostra ascesa verso Dio. Nondimeno alcune volte, questa diventa vanagloria. Quando pretendiamo di rimanere ossequiosi ad esse, nonostante la nostra natura umana. In sostanza, Labruna: siamo uomini. Dio ci ha creato così e ci mette alla prova ogni giorno. Ogni giorno…Qualche volta le nostre pulsioni, anche le più insane, sono vinte. Alcune volte, troppe volte, no e diventiamo…Torniamo a essere uomini fra gli uomini.
Ora può parlare architetto, ma per rispondere solo alle mie domande. Non voglio sentire altro da lei. Mi dica, ora: preferisce che le parli da uomo, o da uomo di chiesa?”
“Non so, eminenza…Non so. Immagino che lei già sappia…” Esteban era rimasto in piedi a due metri dalla scrivania. Rigido, serio, deciso.
“Sento che la sua impertinenza non l’abbandona, ragazzo mio. Ma in fondo ha ragione. Io già so e so che devo parlarle da uomo. Dio forse lo vuole”.
Poi si fermò, sedendosi e incrociando le braccia sul ventre, con i gomiti agli imponenti braccioli.
“Allora Esteban. Dov’è finito Antoni Gaudì?”
“Non lo so”.
Il prelato allora apri uno dei suoi cassetti e ne trasse un plico. Lo aprì, s’inumidì le labbra e quindi lesse.
“Hotel ristorante Mondragon. 12mila e 173 Pesetas…Vorrei capire Labruna come possa un giovane come lei, che ha casa, spendere così tanto in alberghi e ristoranti…Le ripeto la domanda: dov’è finito Antoni Gaudì?”
“Eminenza, le giuro che…”
“Bodega Quitoz. Bodega Irureta. Bodega de Los Diablos…Interessante questo nome…Totale: 17mila e 154 Pesetas…GAUDI?”
“Non lo so, è la verità”
“Questa è formidabile: sarto Abel Munoz, 8mila e 72 Pesetas. Lei, il figlio di un sarto. Se suo padre potesse vederla. Meno male che non può…Mi dica: quanto guadagna lei al mese al cantiere? Quanto NOI abbiamo stabilito guadagni?”
“830 Pesetas al mese, eminenza”
“Uno stipendio da architetto vero. Ma lei non è un architetto vero…LEI ERA LI’ PER ANTONI GAUDI’…NOI CE L’ABBIAMO MESSA!”
“Sì, ma io non l’ho più visto da quando l’ho riportato allo studio”.
“Bugiardo infame!”
“Eminenza…”
“Non esiste un eminenza ora, qui. C’è solo un datore di lavoro che lei sta tradendo. Che ha già tradito. Cominceremo con le piccole cose, Esteban Labruna. I conti che le ho detto non verranno saldati. Da domani lei è un uomo fallito. Si dimentichi della vita precedente, si dimentichi del lusso, delle sue donnacce, dei viaggi e della cerveza…Si dimentichi! Si dimentichi!”
“Va bene. Ma io non so dov’è il maestro Gaudì”
“No, lei lo sa! Lo sa! Perché è da giorni che non si fa vedere al cantiere; è da giorni che finge solo di tornare a casa, per poi uscire come un ratto quando nessuno la vede..E’ da giorni che appare e scompare. Questa cosa è inaccettabile e la pagherà cara”.
“Come posso farmi credere?” Esteban fu abbastanza lucido da simulare paura vera, imbarazzo.
“Lei non deve farci credere nulla. Lei deve portare risultati. Subito! SU-BI-TO. Non abbiamo più tempo per aspettare… E neanche lei ne ha. Ora non ha più un soldo, nemmeno credibilità. Ha solo la scia dei suoi creditori che domani verranno a cercarla. Mi porti Gaudì subito”.
Esteban pensò al letto caldo di Estrela, alla sua casa, al suo rifugio. Lo fece per farsi forza, per non indugiare. Per quanto, se si fosse lasciato andare, forse non avrebbe avuto davvero bisogno di simulare paura.
“Ma dove posso cercarlo? Io non so come sia sparito.. Chi l’ha portato via. Magari ha capito ed è scappato- il suo tono cercò di farsi confidenziale -..Magari è stata tutta una farsa per levarsi da ogni impiccio. Forse ora sta ridendo di noi, del cantiere. Cosa posso saperne io? Io ho fatto quello che dovevo. L’ho raccolto in stato confusionale, l’ho riportato allo studio, ho cercato di evitare uno scandalo, come avreste fatto voi eminenza. O no?”
“Quello che avrei fatto io non la riguarda e non può saperlo. Ma a me non importa, come ha agito lei è sospetto Labruna, molto sospetto come può essere un uomo che è pagato profumatamente per agire, per sapere…”
“Per fare la spia, brutto verme” Pensò l’architetto, all’ennesimo strizzare di palpebre.
“..Per riferire. E invece non ha fatto e non ha saputo niente. La fiducia nei suoi confronti adesso è nulla. Lei come minimo è uno stupido lascivo. Ma l’avverto: io non sono tanto convinto che lei sia così… Io credo che lei stia tramando qualcosa. Probabilmente gira tutto intorno al danaro, allora adesso sappia che di soldi non ne ha più e non solo…”
Esteban, in piedi, rigido come un palo, chinò furbescamente il capo.
“Lei non può sapere. Non sa che io non sono da solo. E devo rendere conto a persone più importanti di me. Gente che non scherza, Labruna. Che non agisce per conto di Dio, ma solo per quello: per il denaro…Le auguro che si accontentino delle sue parole, delle sue chiacchiere. Glielo auguro, ma sinceramente non lo credo”
“Quali altre persone?” Fece Esteban sinceramente stupito.
“Non le interessa. Le interessa che io non potrò riferire altro che quello che penso. Cioè che lei sa molto di più e non lo vuole dire..”
“Lei si sta sbagliando, Eminenza. Sta facendo un grosso errore. Io non so proprio nulla… Se quello che dice è vero, sta mandando alla forca un innocente. Davvero”.
“La forca Esteban? Esistono cose peggiori della forca, lo sa? Esiste l’annientamento sociale, forse anche fisico. Assoluti. Esistono vite mutilate…Accetti un consiglio, si protegga ora: mi dica dov’è Antoni Gaudì”
“Non lo so. Lo sapessi…In questi giorni potrei impegnarmi ancora di più, questo potrei fare. Potrei impegnarmi ancora di più…”
“Non basta Labruna. Ci vogliono cose concrete. Fatti”
“Lo so, lo so…Potrei almeno sapere da chi devo guardarmi, eminenza? Potrei?”
“Non glielo posso dire, Esteban.. Le dico solo che il cantiere muove molti soldi. E i lavori sono troppo lenti. Troppo. Lei non ha bisogno di sapere altro. Segua i soldi Labruna…Segua Gaudì, anzi: me lo porti. Risolverà tutti suoi problemi. Di soldi, di futuro. Lei vuole un futuro in questa città, Labruna?”
Esteban chinò il campo in segno di assenso.
“Bene, allora faccia qualcosa. Sappia che se Gaudì per noi rappresenta un simbolo insano e fallace che va privato dell’aurea di santità che il popolo gli sta disegnando attorno, per alcuni è solo uno strumento ormai vecchio. Che non serve, che è diventato anzi dannoso per un cantiere che non procede e prosciuga molte casse. Non solo quelle della curia che io rappresento.
I soldi per noi sono solo un strumento per permetterci di sopravvivere in tempi troppo inquieti, anche politicamente. Ma per molti il denaro è una ragione di vita.
E’ da questi, ora, che deve guardarsi Esteban. Lo faccia per se stesso, per il suo futuro. Io solo questo posso dirle adesso. Conoscevo suo padre, sin dai tempi dei miei voti. Era una brava persona, un uomo umile e molto capace, discreto.
Le dico questo non perché lei se lo meriti, lei non vale un unghia di quell’uomo. Glielo dico per quell’antica amicizia che mi legò a suo papà”

Un’antica amicizia nata dalla scoperta di foto sconce, beffardamente comparse sul pavimento di una sartoria catalana d’inizio secolo, fiorita sulla riconoscenza, affermatasi sui silenzi operosi di un sarto dai capelli e dalla barba bianche, sedimentatasi sul ricordo d’interminabili pomeriggi a provare e riprovare abiti talari, sempre più lussuosi e importanti negli anni. Un amicizia che per Pablo Labruna non fu mai davvero tale, nell’ambizione del sempre meno giovane prete e in quella sua insana tendenza all’arroganza che resero i silenzi del sarto ben più significativi nei lustri. Più volte Pablo Labruna si era domandato negli anni se avesse fatto bene a non stroncare la giovane carriera ecclesiastica di quell’individuo magro e inquietante. Più volte, altrettante volte, la risposta che si era dato era il frutto del proprio carattere. Mite, equilibrato, pragmatico.
“Chi sono io per decidere se quest’uomo ha lo spessore, la dirittura morale per arrivare dove sta arrivando?”
Ne aveva quindi osservato le movenze sempre più altere, gli atteggiamenti sempre più distaccati, i gesti sempre più innaturalmente generosi, come se non fossero mai il frutto rigoglioso di una pace e di una vocazione interiori, ma lo stridente getto di una scelta fin troppo lucida. Quella di essere pio, perché quello era il “vestito” che gli era richiesto.
Pablo Labruna “Manos calificados” non lo biasimò mai davvero, solo che per vent’anni si domandò da uomo sinceramente timorato di Dio, perché fosse stato scelto proprio quel sacerdote. Per scalare le vette della curia, per intraprendere una carriera che sembrava davvero non avere limite. Nel potere, nel prestigio, nel tempo.

“Le dico una cosa ora Esteban…- Aggiunse infine l’eminenza- Tanti anni fa, suo padre Pablo, si mostrò gentile e indulgente con me. Poteva non esserlo. Oggi io gli restituisco quel gesto e la lascio andare senza conseguenze che non quelle di farla diventare povero, come merita. Le dico di portarmi Antoni Gaudì, glielo chiedo come amico, ma immagino che non lo farà… Quindi l’avverto, non è più da me che deve guardarsi. Io non farò più nulla per lei. Nel bene, nel male. Con questo il debito con Don Pablo, suo padre, è saldato”.
“Sta bene, eminenza”
Esteban Labruna dopo un breve cenno del capo si girò e se ne andò senza voltarsi.
Attraversò gli ampi saloni della curia con le loro innaturali pareti bianche, non badò ai pomposi e inquietanti dipinti dei prelati, dimenticò quel luogo che gli era parso aggredirlo ogni volta che ci era andato. Sentì come un peso che si sgravava, come una pietra, rimasta troppo tempo, al centro del petto, che finalmente scendeva fino alla pancia per prepararsi ad essere espulsa. Respirò come di liberazione, bloccò il pensiero sulle ultime parole dell’eminenza.
Dimenticò, per un attimo, tutto ciò che d’inquietante era emerso da quella conversazione quasi surreale, dove era sgorgata quella parvenza di umanità da parte di un uomo che sembrava non averne, sull’onda emotiva, impercettibilmente passionale, di quell’antica amicizia con suo padre.
Poi il suo stato d’animo planò dove era germogliata un’altra serie di pressanti paure. Ancora più ignote, ancora più attanaglianti.
Qualsiasi cosa avesse deciso di fare, avrebbe dovuto farlo presto. Giunse a questa conclusione, mentre infilato l’ultimo porticato, si tuffò nel sole di quella solita Barcellona calda e accogliente. Rimase fermo un attimo come a volersi godere quei raggi che gli toccavano la fronte, quindi corrucciando le sopracciglia folte, girò lo sguardo verso sinistra, verso il poderoso monumento che si stagliava al centro del cortile e alla sua ombra che si allungava fin quasi a toccargli i piedi. In mezzo a quella, appoggiato schiena al piedistallo, c’era Guillermo con la sua moto, rovinata a terra.
Lui lo guardava e sorrideva.
“Beh, sei ancora vivo Esteban? Noi pensavamo di dover entrare con il mezzo e venirti a salvare”
“Sono ancora vivo Guillermo. Ma ho bisogno di scrivere”
“Cosa, una poesia?…Ti abbiamo fatto venire voglia di cimentarti eh?”
“No, devo scrivere una lettera. Anzi, mi dai un passaggio fino dove ti dico io?” Domandò avvicinandosi.
“Certo. Dovunque tu voglia. Via lenta o via veloce?” Rilanciò il pittore, mentre sollevava la pesante motocicletta con una facilità disarmante.
“Preferirei la via più sicura”
“La via più sicura non esiste, caro Labruna. E’ solo la velocità che, accorciando idealmente gli spazi e i tempi degli spostamenti, fa diminuire il rischio di sinistri”
“Tu vaneggi Benitez, lo sai?”
“Lo sappiamo che tu lo pensi”
Saltò in groppa alla motocicletta di Guillermo, chiuse gli occhi. “Cieco” diede indicazioni al centauro su dove potesse lasciarlo. Giusto a due isolati dalla casa di Estrela, solo per un eccesso di prudenza, anche se ormai capiva che di Benitez de Alphonsine poteva fidarsi e avrebbe potuto fargli tranquillamente vedere dove dormiva da giorni.
Il viaggio attraverso Barcellona fu l’ormai solito turbinio scoppiettante di polvere sollevata, bestemmie di passanti e automobilisti quasi investiti e angoli di case sfiorati. Ma Esteban non ci badò come la prima volta sulla costa catalana. Aveva altro a cui pensare, ancora gli rimbombavano nelle orecchie le parole dell’eminenza. Ancora capiva nelle mani di chi, ora, fosse passata la “pratica” del suo maestro Antoni Gaudì. Banchieri, imprenditori, speculatori di ogni livello avevano, con il tramite degli ignari gesuiti, finanziato quel cantiere, quell’opera dedicata a Dio.
Qualcuno di loro, probabilmente tutti, giudicò, non tolleravano più alcun ritardo nell’innalzamento della struttura. “I soldi – si disse Esteban avvinghiato a Guillermo sulla moto rossa - ..Sempre quelli. Al centro della mia vita, della vita di tutti. Anche di Don Gaudì. Suo malgrado, malgrado la sua grande anima, il suo talento. Sono come lo scolo di lavandino…I soldi attirano, fagocitano e ingoiano tutto ciò che c’è di umano. Io lo so bene”
Da quel giorno Esteban sarebbe stato povero. Se ne rese conto sulla moto di Guillermo, non ebbe paura di quello. Provò solo l’inquietudine di chi si affaccia a una nuova vita e non sa davvero cosa lo aspetta. A 23 anni, il giovane Labruna, aveva azzerato tutti i propri valori e i propri mezzi. Economici, morali, sociali. Cosa gli rimaneva? Una donna che non poteva essere la sua, un nuovo amico a metà fra il pazzo e il talentuoso, un maestro troppo importante da salvare. Poco prima dell’arrivo a destinazione si disse che comunque avrebbe potuto ripartire da se stesso, una volta che tutto fosse finito. Una volta che Don Gaudì fosse stato al sicuro, che avesse chiarito il proprio futuro nel letto di Estrela. Breve o lunghissimo che potesse rivelarsi.
Poi Guillermo frenò bruscamente, si alzò gli occhialoni sulla fronte e sorrise.
Così visto, poteva sembrare persino bello, se non fosse stato per quella cicatrice ancora rossiccia che gli solcava la guancia destra, come una serpe errabonda.
“Labruna, ricordati che stasera è LA SERA. Il maestro domani continua il suo giro per Madrid. Se vuoi parlargli devi farlo stasera. Passerò da te dopo cena, fatti trovare pronto..Va bene qui?”
“Sì, va bene in questo posto. Ci sarò” E si avviò con passo veloce verso il suo rifugio.

“Ah sei tornato? Bene” Gli sorrise la ragazza portoghese tutta agghindata
“Sì, e tu che fai? Ti prepari a far serata?” Rilanciò lui ancora arrabbiato per la cattiveria inopportuna di quella mattina.
“No, vado al bagno turco. Da quando sei qui non ci sono andata una volta, ho voglia di prendere aria”. Fece lei ondeggiando leggermente, come a farsi meglio ammirare. Un gesto di civetteria che le calzava bene.
“Brava, vai: io ho da fare…” Tagliò corto Esteban quasi arrogante, ormai di nuovo sereno “Anzi, volevo chiederti se avevi della carta da lettera”.
“Se scrivi ricordati di tutte le parole. Tieni ben aperti gli occhi..” Rilanciò ironica la ragazza.
Esteban scrisse a fatica, in uno spagnolo macchinoso, tipico di chi non era avvezzo alla scrittura, alla composizione prosaica. Scrisse di getto, con la foga frustrante di chi vorrebbe argomentare, spiegare, agire velocemente, ma è costretto dai propri mezzi limitati a glissare, ripensare, rallentare la propria azione.
Esteban scrisse però, con la lucidità che non aveva mai avuto, con il periodare macchinoso eppur fluido di chi non è avvezzo a comunicare. Sensazioni, speranze, paure finanche.Un periodare che si assestava, mano mano che la sua lettera prendeva corpo, passando dal suo ingegno, alle sue pulsioni. Scrisse di getto, con qualche errore ortografico, in uno spagnolo che alternava maniera a volgare, istinto a nozioni tecniche chissà come assimilate. Nelle discussioni con gli scrittori sulle ramblas, piuttosto che sulle brochures distribuite all’entrata dei varietà. Ci volle poco, in fondo, solo agganciare il proprio desiderio più pressante alla propria testa. Senza filtri.
Estrela lo osservò di nascosto qualche minuto dalla porta socchiusa, senza timore di essere scorta. Un po’ stupita, un po’ ammirata, come una mamma che spia il proprio bambino, alle prese con i primi giochi solitari, seduto per terra. O come si guarda una persona che si avvia a diventare quello che non è mai stato. A prender forma di uomo adulto che si cimenta in azioni e volontà non più da ragazzo dissoluto.
Alla sua lettera, infine, pensò mancasse qualche indicazione fondamentale. Giudicò che sarebbe bastato verificarla e prepararsi, prima di inviarla; stette così, sul pensiero di Guillermo che lo avrebbe atteso all’ora dell’appuntamento.

“Il nostro maestro è in ritardo – disse Guillermo, seduto sulla sua moto appena vide comparire Esteban, al luogo dell’appuntamento serale – Ha accumulato un ritardo di ore, sin da questa mattina sul programma delle visite a Barcellona. Gli abbiamo detto che era assolutamente indispensabile che ti parlasse. Ma dobbiamo aspettare qualche ora…”
“Qualche ora? - Fece l’architetto sconcertato - Ma sono già le nove di sera. A notte fonda avrà voglia di parlarmi, di ascoltare?”
Benitez rise grasso e poi aggiunse : “Notte fonda eh.. Non ci sono problemi. Non credo che lui riesca a dormire più tre ore per notte. Dice che dormire è tempo sprecato e che anche la notte è stata fatta per agire, pensare, progettare. Noi siamo d’accordo con lui. La notte è inutile, se non si sta svegli… Piuttosto Labruna, dobbiamo trovare il modo di ammazzare il tempo. Hai in mente qualcosa?”
“Certo che ce l’ho. Devo andare a verificare una cosa. Ti piacerebbe fare un giro al porto?”
“Ti portiamo volentieri. Cosa devi fare?”
“Lo capirai quando saremo là”.
“Naturalmente non mi dirai cosa c’è in quel sacchetto”
“E’ inutile che te lo dica amico mio. Lo vedrai” I due si sorrisero.
Guillermo Benitez de Alphonsine, dopo aver di nuovo calato i suoi occhialoni da aviatore sulla fronte, scaricò tutto il proprio peso sul piede destro, diede di manopola, e quel marchingegno rosso fuoco cominciò a rombare e sobbalzare. Di nuovo. Per la prima volta a Esteban quell’immagine non mise paura. Anzi. Benitez gli sembrò davvero un cavaliere d’altri tempi, come un mercenario pesantemente bardato, cooptato alla sua protezione. Fu un pensiero rassicurante e ingiusto, si disse, mentre cavalcò la moto alle spalle del compagno.
Ma Guillermo non era un mercenario, non era cooptato. Era un uomo d’istinto, di feroce abnegazione, di coraggio insano. Un uomo, un artista strampalato, che non era stato “cooptato” da niente e nessuno, perché nulla poteva costringerlo ad alcunché. Aveva sposato la sua causa, semplicemente. E lo aveva fatto d’istinto. Troppo complicato sarebbe stato, infine, capire cosa poteva averlo spinto a questa pericolosa dedizione il giorno prima, mangiando susine sulla spiaggia, dopo l’ennesima folle cavalcata fra le curve della costa catalana. Esteban si disse che comprenderlo non faceva parte delle proprie facoltà e che a nulla sarebbe servito chiederlo con un semplice: “Chi te lo fa fare?”. Ebbe la sensazione che Guillermo non voleva gli fosse chiesto, perché il chiederglielo avrebbe in lui suscitato pensieri insani, inadatti al suo agire d’impulso. Chissà, valutò mentre il mezzo guidato da quel centauro sfregiato aumentava la velocità, forse quella semplice domanda lo avrebbe offeso o lo avrebbe, peggio ancora, indotto a valutazioni del proprio impegnarsi troppo ardimentose per la filosofia di vita alla quale si era votato.
Quindi non chiese. E mentre la moto scendeva verso il porto di Barcellona, si limitò a studiare, ricordandole, le espressioni del suo nuovo amico, subito dopo averlo messo al corrente del proprio impegno verso Antoni Gaudì. Giudicò di essere stato fortunato e di aver visto giusto, nel confidarsi con lui.

Mentre il sole dell’una picchiava forte sulle loro teste e la moto rossa di Guillermo si arroventava in sosta, il poeta pittore aveva ascoltato con un sorriso inquieto, fissandogli quegli occhi azzurri addosso senza per questo metterlo in imbarazzo. Il centauro, mentre Esteban spiegava non senza un po’ di vergogna il motivo di quella visita, lo aveva interrotto una sola volta:
“Gemelli metalli.. ti piace davvero?”
“Sì..Io non ho cognizione di arte, non sono così esperto come ho voluto farti credere. Ma quel quadro mi da emozione. Credo che, proprio per questo, posso dirti sinceramente che mi piace davvero”.
“Bene. Ve lo regaliamo lo stesso e abbiamo intenzione anche di aiutarti per quello che riguarda il tuo maestro…Abbiamo un maestro anche noi. Anche noi faremmo di tutto per salvarlo. Non importa chi lo minacci, proprio non importa Esteban…”
Così il giovane architetto era andato avanti a raccontare e aveva spiegato di che natura poteva essere l’aiuto che gli chiedeva. Aveva parlato calmo, buttando lo sguardo ogni tanto verso il mare della Catalogna, verso i pescherecci ritardatari che in lontananza rientravano dopo la pesca della notte, verso i pochi bagnanti sugli scogli, verso un orizzonte che sapeva, anche se questa cosa non poteva piacergli, non poter essere così profondo come aveva sperato. Per Don Gaudì, principalmente. E poi per se stesso. Ora che amava sul serio, adesso che aveva abbandonato una vita di stravizi e lussi che aveva rischiato di renderlo un vegetale, prima ancora, o al posto, di essere diventato un uomo. Di sé, non per uno slancio di eroismo romantico che nemmanco sapeva cosa potesse essere, gli importava poco in quel momento. Ma aveva bisogno di aiuto per qualcuno di molto più importante…
“Guillermo, lei mi aiuterà allora?…Ho bisogno di incontrare il suo maestro. Ho la necessità che mi ascolti, che mi dia appoggio, in qualsiasi forma lui creda. Sarà possibile? So che sarà in città domani…”
“Sì, sarà qui. Inizialmente avrebbe dovuto dormire da noi, ma poi ha deciso di appoggiarsi in un albergo del centro. Ci siamo offerti di portarlo in giro, ha preferito fare da solo. Ma questo favore ce lo deve lo stesso…Per quello che stiamo facendo qui, in Catalogna, per il nostro movimento. Ce lo deve proprio. Appena tornati scriveremo un biglietto da lasciargli in albergo. Gli spiegheremo di questo “aiuto” di cui ha bisogno Antoni Gaudì, per il tramite del suo più caro amico…”
“Io non sono il suo più caro amico…”
“Oh Esteban Labruna. No so se sei più ingenuo o più furbo– sorrise bonario Benitez –. Tu sei davvero il suo più caro amico. Anche se Don Gaudì non lo sa…”
Poi ci fu silenzio. Quindi Guillermo dettò alcune istruzioni strategiche al suo compagno di viaggio. Come avrebbe dovuto presentarsi all’italiano, maestro d’arte e di pensiero, quindi spiegò che le ore migliori per incontrarlo sarebbero trascorse nella sera successiva. Labruna prese nota mentalmente e non obiettò su nulla. Solo una cosa finì per farlo vergognare un’ultima volta e sconcertarlo nel suo sincero pudore.
“Il maestro è l’uomo più intelligente che io conosca –aggiunse quasi sussurrando Guillermo, mentre i suoi occhi azzurri si puntavano per la prima volta verso il mare – Non mentirgli come hai fatto con me. Non esistono scorciatoie. La via più breve e diretta, la più veloce con lui, è sempre la migliore. Anzi l’unica”
Esteban chinò il capo e annui. “Sempre la velocità eh..” Aggiunse consapevole
“Un’ultima cosa Labruna: quando ti rivolgerai a lui chiamalo “Eccellenza”… Non lo ammetterà mai, ma a lui piace”

In quella sosta al porto di Barcellona quella sera Esteban fu veloce: entrò con passo risoluto in una bianca palazzina dal vago stile coloniale, che spiccava per vivacità di luci alle finestre. Ne uscì circa mezz’ora dopo, infilandosi un plico nella tasca interna della giacca. Sorrideva di un sorriso strano, come quello di una persona che si leva un peso e, nel farlo, prova anche dolore.
Nella sua ruvida e caustica percezione, Guillermo lo giudicò come il sorriso interdetto di chi ha mal di denti, mentre si siede sulla sedia del dentista.
“Poi mi spiegherai cosa siamo venuti a fare qui?”
“Certo, ti dirò tutto”.
“Bene. Io direi che è l’ora. Andiamo all’albergo del mio maestro. Tieniti forte, ho voglia di correre”
“Guillermo, posso chiederti una cosa?”
“Chiedi”
“Da due giorni ho sempre la sensazione che giochi ad accumulare ritardi, per poi correre. Mi sbaglio?”
“No, Esteban. Non ti sbagli. Se non c’è bisogno di essere veloci, questo bisogno lo creiamo. Ci aiuta a essere noi stessi”.
Esteban scosse la testa, mentre si appoggiava alle spalle possenti di Benitez e lo cingeva in un abbraccio di ritrovata inquietudine, per il sospetto di un’altra gimcana fra le calli di Barcellona.

“Guillermo Benitez de Alphonsine!”
“Eccellenza, grazie per essere qui”. Il pittore si era avvicinato con occhi luminosi e mano destra protesa a quella figura vivida e magrissima che sedeva, gambe accavallate, su un’ampia poltrona di velluto verde. Il soggiorno della suite era illuminato a giorno. Nella stanza, una leggiadra figura femminile dal capello “alla maschietto”, armeggiava di spalle al mobile bar.
La stretta di mano, nonostante il maestro non si fosse alzato, fu energica da parte di entrambi. Esteban rimase in piedi a osservare la scena.
L’italiano con i suoi baffetti ben curati teneva elegantemente nella destra un boulon di cognac appoggiato al bracciolo della poltrona. Il suo piede destro si agitava freneticamente.
“La visita a Barcellona è stata proficua – lanciò subito, in uno spagnolo chiaro – il nostro movimento qui è ancora in crescita. Quanto di questo lo si deve a te, me lo spiegherai domani mattina con calma…”
“Maestro questa città è ancora ricettiva. C’è ancora molto da fare, anche se molto è stato fatto”
“I tempi giocano a nostro favore, Benitez. Il cambiamento che è in atto gioca a nostro favore”
“Non tutti i paesi sono l’Italia, Eccellenza”
Esteban si stupì di quel modo diretto e vagamente impertinente di porgersi da parte di Guillermo che si sarebbe atteso più sussiegoso in quel veloce scambio di battute.
“Il pelato in Italia sta facendo grandi cose, lo sai Benitez. Per questo nel mio paese c’è meno da fare che nel resto dell’Europa. Per questo ho la possibilità di viaggiare”
“Per nostra fortuna Eccellenza”
“Per la fortuna del movimento. Molti si dimenticano che il nostro non è solo un manifesto, ma tante altre cose” La voce dell’italiano coi baffetti arrivava chiara, stridente, perforante, quasi di femmina irritata. Le sue parole erano scandite in uno spagnolo semplice ma efficace, in un periodare ritmico, che trasmetteva certezze, determinazione. Assenza di dubbi.
Gli occhi dell’uomo che un ventennio prima aveva concepito un nuovo modello di pensiero artistico, che aveva canonizzato una nuova filosofia di approccio al reale, innalzando, o secondo i suoi detrattori, abbassando il livello della percezione ai parametri emergenti del nuovo secolo, sedeva davanti Esteban, senza degnarlo di uno sguardo. Non per supponenza, od ostentazione di forza. Forse solo perché era preso, trascinato, dalle sue stesse parole su un palcoscenico che considerava solamente proprio. In qualsiasi situazione, di fronte a chiunque.
Fu questa la sensazione sconcertante che ne trasse Labruna.
Il maestro di Guillermo era un uomo che si considerava sempre un passo avanti agli altri e probabilmente lo era. Senza la necessità di nasconderlo per vanagloriosa umiltà.
Si ricordò in quei minuti di silenzioso studio le parole del suo nuovo amico il giorno prima…

“Alcuni dicono – gli aveva spiegato in confidenza Guillermo, mentre addentava un’altra susina sulla costa assolata - che il maestro ora sia un uomo stanco. Che ha indagato abbastanza ed esaurito la sua missione, riuscendo a reclutare adepti che seguano il manifesto. Io non lo credo. Il nostro movimento è ora cento volte più forte di cinque anni fa…Credo, invece, che l’Eccellenza ora sia già passato oltre, sia già diretto verso altri obiettivi. Per conto di cosa o di chi non è poi così difficile immaginarlo. Basta vedere cosa sta succedendo in Italia…”

L’Italia. Ad Esteban non suscitava nessun pensiero particolare. Nessuna sua corda vibrava a quel nome di nazione. Il riferimento di Benitez era quindi caduto nel nulla: se in Italia stava succedendo qualcosa di “epocale” , al giovane Labruna non interessava. Non importava dei cambiamenti in corso in Europa, nel mondo. Non ne aveva conoscenza, non potevano interessare, in fondo, a un “finto” architetto che solo qualche giorno prima aveva sposato per la prima volta una causa. Una causa che fosse diversa. Dalla lussuria, dal godimento di corpo e di mente. Dallo sfrenato divertimento.
Ora però Esteban, in piedi alle spalle di Guillermo rimpiangeva di non essere un uomo colto. Si sentì ancora più piccolo di fronte a quel dialogo che spaziava velocemente dalla politica, alla pittura, dalla prosa, alla poesia, in uno snocciolare di nomi italiani, francesi, spagnoli che Esteban riconosceva solo per assonanza o peggio, per averli sedimentati nel ricordo involontario di accese discussioni a un tavolo delle ramblas. Un tavolo certamente diverso dal suo. Provò vergogna per i suoi 23 anni da “minus habens”.
Pochi minuti dopo l’italiano coi baffetti alzò lo sguardo. Finalmente.
“E questo tuo giovane amico? – Rese ancor più acuta la voce – Che cosa possiamo fare per lui?”
“E’ una persona fidata, Eccellenza. Un giovane che merita attenzione, crediamo. Se non altro perché ha una storia molto strana da raccontarle”
Il maestro di Guillermo sorrise e sussurrò al suo “discepolo” maliziosamente:
“Sarà. Per quanto molto di lui dirà il modo con il quale viene a dirci”. Poi alzando il tono e rivolgendosi all’architetto, disse: “Sentiamo signor…?”
“Labruna, mi chiamo Esteban Labruna. Sono un architetto, maestro” Fece il giovane avvicinandosi di qualche passo.
“Che magnifica terrà la Catalogna! – Proruppe un po’ sopra le righe l’italiano –Terra di pittori e di architetti…Mi volto e vedo un pittore, mi giro verso di voi e conosco un architetto. Un altro. Sembra che questa terra sia una terra di grandi talenti. Siete gente di ispirazione voi catalani. Non avete paura di sperimentare. Di osare. La gente giusta per me, anche se qualche volta non condivido le vostre idee. Mi sento come a casa…”
“Io sono un piccolo architetto, Eccellenza. Ma ho avuto l’onore di lavorare al fianco del più grande di tutti”.
“Antoni Gaudì” Sussurrò Benitez all’orecchio del suo maestro.
“Ah Gaudì” Fece portandosi il boulon alle labbra
“Sì, Eccellenza. Antoni Gaudì è il mio maestro”
“Mi hanno detto questa mattina che non sta bene”
Esteban si morse il labbro impercettibilmente, mandò un’occhiata d’incertezza a Guillermo, che lo ricambiò con un sorriso sereno.
“Sì. Non sta bene. Volevo parlarle proprio di questo e di altre cose e volevo..Volevo ringraziarla per il suo tempo”
“Il mio tempo non è così prezioso come si può credere, giovane architetto. Per come la vivo io la vita, ho sempre teso a raddoppiarlo. A moltiplicarlo…Non è solo una questione di velocità di azione o di rifiuto del sonno. - Sorrise esplicito - Forse è solo una questione di velocità di pensiero. Ora mi dica: come possiamo aiutarla?”

Così Esteban raccontò. Giudicando che fosse la semplicità l’arma vincente, la parola nuda, o il pensiero breve, istintivamente esposto. Se ci fosse stata una strada per fare breccia in quella che sembrava davvero la corazza di un uomo “sempre avanti”, questa non avrebbe potuto che essere la velocità. Nel riassumere raccontando, nel esemplificare le situazioni, nell’esplicitare subito gli obiettivi. Usò, quindi, poche parole. Non si abbandonò alle emozioni, non fu pietoso nel rendere implicito quel desiderio, quel bisogno di appoggio. Raccontò i fatti in cinque minuti, come li avrebbe raccontati un bambino che recita pedissequamente una poesia, o un brano di prosa classica. Non ragionò. Cerco di essere breve. Il più possibile. Fu un piccolo miracolo, perché scriteriatamente non si era preparato alcun discorso.
Partì da sé stesso, dal suo ruolo di assistente fra gli assistenti, virò su quel viscido incarico, sull’inquietante presenza dell’Eminenza, sul prolasso del suo maestro di fronte a una casa “qualsiasi”, e sulla fuga a casa di Estrela. Riportò, infine, le sconcertanti prese di posizione del prelato e le sue rivelazioni di quella mattina. Tralasciò di raccontare di quella passione per Estrela che lo rendeva uomo, ogni giorno di più. Giudicò fosse superfluo.
Quindi trasse dalla piccola sacca che si era portato, un oggetto così tanto significativo dall’avere in sé il senso di tutti quegli avvenimenti. Lo porse avvicinandosi. Lo ammirò ancora una volta ma senza distrarsi.
L’italiano coi baffetti ascoltò senza battere ciglio e in cinque minuti fu edotto. Seguì un breve silenzio, che diede tempo alla giovane donna in pantaloni neri di avvicinarsi all’Eccellenza e sostituire il boulon di cognac con un bicchiere d’acqua e limone.
Lei aveva un lineamento raffinato a incorniciare occhi scuri e profondi, pesantemente truccati. Un copro esile e sinuoso. Una grazia innaturale nei movimenti, come di ballerina che volteggiava anche scesa dal palcoscenico.
Poi l’Eccellenza parlò, facendo roteare la lampadina che il “nuovo” Antoni Gaudì aveva ornato con tre fili.
“Antoni Gaudì” Sussurrò concentrato sull’oggetto.
“Sì, è opera sua, Eccellenza”
“L’ho conosciuto tanti anni fa – riprese il maestro italiano - … Un uomo insopportabile. Dalle teorie estetiche assolutamente inaccettabili per noi…”
“Non si tratta…” Esteban si morse la lingua.
“…Sì, è evidente. Non si tratta di querelle artistiche e filosofiche. Si tratta di uomini, ora” Lo anticipò, piccato, l’italiano. “Si tratta di salvare o non salvare. Di aiutare o non aiutare. Di cimento o immobilità…”
“Io credo che Don Gaudì…”
“Sì, forse. Gaudì potrà anche rientrare in sé. In ogni caso non si sa quando. Non si sa come e soprattutto dove”
“Dove?” Fece l’architetto, spiazzato.
“Non vorrà aspettare in casa di questa donna, giovane amico? E aspettare cosa? – l’Eccellenza sorrise nell’atto di restituire la lampadina a Esteban – Non le conviene”
“Da solo…”
“E’ chiaro che, isolato, non ce la può fare…Ed è per questo che è venuto da noi, no?”
“Sì” Rispose Labruna desolato.
“Non le chiedo perché è venuto proprio da noi, architetto. Sto cercando solo di trovare una motivazione per aiutarla. Spero ci capisca. La semplice solidarietà umana noi la disprezziamo, come un orpello inutile che rallenta la società. Ne blocca il progresso. Ne ferma la crescita. Nel caso di Gaudì, poi…Beh, aggiunga anche che il suo maestro non è precisamente allineato con il nostro pensiero. – Sorrise beffardo, quasi cattivo -..Per la verità nemmeno con le nostre simpatie di pelle”
“Da uomo geniale…”
“Non esiste una ragione precisa per la quale un uomo di genio debba aiutarne un altro, ammesso che si sia in presenza di vera genialità. Lei, rischiando del proprio, aiuterebbe un altro architetto solo perché ha le sue stesse attitudini? E se questo suo omologo le fosse anche semplicemente antipatico? O peggio avesse idee pericolosamente diverse dalle proprie?”
“Non so..”
“Non lo aiuterebbe. Soprattutto perché non avrebbe nemmeno la possibilità di poterlo raccontare e quindi di esaltare la propria gloria” Si portò il bicchiere d’acqua alle labbra, senza staccare gli occhi dal giovane Esteban che rimaneva in piedi, ritto davanti a lui. Teso. Poi aggiunse:
“...Si tratterebbe di un’impresa a perdere. Uno di quei gesti fini a se stessi”
“Ma l’arte del maestro Gaudì…” Rantolò Esteban, sentendosi prossimo alla fine.
“Sì, sì. L’arte del…Come lo chiamano qui, Guillermo?…L’architetto di Dio. E’ indubbiamente importante per questa città, per un’intera corrente. Ma vede, architetto: non è la nostra CORRENTE. Non sono i nostri canoni, non è la nostra filosofia. La differenza che noi vediamo è la stessa che passa fra una linea retta e una curva. Dunque non è questa la motivazione che cerco…”
Fu in quel momento che Guillermo, rimasto in silenzio, seduto sul divanetto al fianco del proprio maestro, parlò. La sua voce ebbe l’effetto di squarciare un papiro già vergato di geroglifici, come dare un colpo a una trottola e, senza farla fermare, consentirle di girare nel verso opposto. Fu sbalorditivo, come stupefacente può essere una frase che cambia l’incedere degli avvenimenti.
Recitò a bassa voce, ma facendosi sentire con chiarezza:
Non v'è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro
Pochi secondi di silenzio e la “macchina” salvifica dell’architetto di Dio ricominciò a mettersi in moto, con nuova benzina al fulmicotone. Era la “trottola” che ora grava nel verso opposto.
“Lei è fortunato, signor Labruna” Riprese seccato l’italiano coi baffetti. “Talmente fortunato da non rendersi conto della propria fortuna”. Poi, volgendosi verso Benitez, lo apostrofò: “Ecco un discepolo che è più veloce del proprio maestro…A parte che non lo sia in motocicletta. Contro un muro”.
Benitez lo guardò impassibile, senza abbassare lo sguardo.
“Posso dunque sperare in un vostro aiuto?” Rilanciò rincuorato Labruna che aveva capito ben poco di quello scambio di battute.
“Beh, come ci ha ricordato l’amico Guillermo, sono le nostre stesse parole che ce lo impongono…Ora si segga pure. La nostra Benedetta sarà così gentile da offrirle un cognac, mentre lei ci racconterà cosa ha pensato per la salvezza del suo maestro”.

Di nuovo Esteban fu chiamato a esprimere i suoi pensieri in modo semplice, diretto, senza orpelli inutili. Con la velocità di chi ha le idee chiare, la voracità di chi ha bisogno di addentare e fagocitare certezze. La cupidigia di chi non resiste più e vuole condividere i propri segreti. I propri progetti estremi.
Lo fece, mentre il suo nuovo “tic” sembrava volesse dargli tregua e i suoi occhi si spalancavano e si serravano a fessura, a seconda del momento. Si mostrò come un fiume in piena, tentando involontariamente di coinvolgere con il proprio entusiasmo fattivo, con la propria inaspettata grinta.
Mentre raccontava da qualche minuto, Benedetta gli si era avvicinato e gli aveva porto un altro boulon pieno a metà di Cognac profumato. I suoi effluvi, mentre Labruna si sedeva al fianco di Guillermo ebbero l’effetto di schiaffeggiare definitivamente le proprie reticenze più nascoste. I propri timori più sconosciuti. Il suo “piano” era un vero piano? Se lo era domandato mentre parlava, attirando l’attenzione dei propri interlocutori. Mentre Benitez se lo godeva beato con un sorrisetto un po’ spastico, l’Eccellenza rimaneva impassibile gambe accavallate e l’unica donna presente se ne stava, in piedi, con le braccia incrociate dietro la schiena ed un espressione assolutamente asettica, nella propria bellezza. Nemmeno lontanamente afflosciata su quell’abbigliarsi ostentato da maschietto impertinente.
L’ultima parola di Esteban, coincise con il ritorno di quel tic fastidioso che lo aveva accompagnato da quella mattina. Quell’innaturale e nervoso strizzare di palpebre che lo rendeva così umano, così fragile, così terreno, rispetto alla grandezza dei propri propositi.
No. Quello non era un vero “piano”. Erano soltanto un’accozzaglia di idee e propositi, schematicamente uniti per dargli una parvenza di organicità. Quel “che” di realizzabile che avrebbe potuto coinvolgere le persone che lo ascoltavano. Avrebbe potuto, se le persone che gli stavano intorno, fossero state persone comuni. Forse.
Dopo che ebbe terminato, ci fu solo qualche secondo di silenzio, in cui nessuno si sentì di parlare. Poi Guillermo “aprì le danze”
“Il tuo piano fa schifo Esteban. Te lo dico, perché tu non possa credere di aver una qualche speranza di realizzarlo”
“Nondimeno qualcosa di buono c’è” Aggiunse serio l’italiano coi baffetti. “E non è detto che un piano astruso non abbia speranze di essere attuato e di avere successo. Dopotutto siamo a darle il nostro aiuto, proprio perché quest’impresa, come ha detto il nostro Guillermo, è abbastanza aggressiva da poter diventare un capolavoro. Casomai i dettagli…”
“Maestro, qui non si tratta i dettagli. Il piano fa ridere. Prima di tutto perché non prevede altra salvezza che quella di Antoni Gaudì…”. Benitez sembrò sul punto di irritarsi. Esteban apprezzò il coraggio che mostrava di fronte al suo maestro.
“E’ proprio questo il bello – lo interruppe l’Eccellenza -. Così non si salva altro che Gaudì. Cosa c’è di più bello?…Gli altri? Gli altri hanno la lucidità, il coraggio e la forza per fare da soli. Direi, caro Benitez, che tutto questo è abbastanza in linea con noi. Non credi?”
“Sì, maestro ma..”
“Bene, il nostro giovane architetto mostra di avere audacia e coraggio. E anche immaginazione. Capiamo che non gli importa di cosa potrà accadergli dopo. Giusto?”
“Giusto Eccellenza” Fece eco Esteban, dando un’altra strizzatina.
“Poi le coincidenze…Direi che le sue scelte di questa sera, siano state abbastanza fortunate. In quell’ambito, noi possiamo fare molto..E’ nostro territorio. Lì, possiamo aiutarla, ma fino a lì dovrà fare da solo. Avrà bisogno anche di molta fortuna. Lei è un uomo fortunato, Labruna?”
“Io credo davvero di sì”
“Speriamo. D’altra parte la fortuna aiuta gli audaci no?”
“Così dicono. Eccellenza”
“Provvederò a che tutto sia pronto per quel giorno, architetto. I dettagli potrà metterli a punto con Guillermo, se questi vorrà darle una mano. Le ripeto che a Barcellona io non posso aiutarla, dopo sì. Potrò darle appoggio. Se lo ricordi.”
“Lo ricorderò, Eccellenza. E spero di poter contare sull’aiuto di Benitez” Fece rivolgendosi al suo amico, mentre questi poco convinto, sussurrava un “Certo” di viscerale origine.
Seguì un congedo privo di fronzoli. L’Eccellenza annuì sorridendo e la donna si limitò ad allungare una mano perché Esteban gliela baciasse.
“Guillermo vai con lui. Domani mattina parleremo, prima della nostra partenza per Madrid” Disse il maestro “Ah Labruna – aggiunse poi l’italiano che Esteban era ormai di spalle verso la porta - , ci faccia sapere alla fine come se l’è cavata. Anzi, ci scriva. Ci scriva certamente. Guillermo sarà grado di lasciarle il nostro indirizzo di Milano. Resteremo in attesa. A peu prét, notre ami”

“Come me la sono cavata Guillermo?” Abbozzò Labruna, che erano appena usciti dalla hall dell’albergo. Non ottenne risposta, solo un grugnito impercettibile di malcelato disaccordo. Quasi di rabbia. “Mi spiace averti coinvolto… Speravo potesse essere una cosa che si chiudeva con l’aiuto dell’Eccellenza e dei suoi…” Incalzò, mentre il suo amico inforcava gli occhialoni, portandoseli al collo. Nella notte di Barcellona non c’era gente sulla strada. Solo un leggero vento invasivo.
“Tu non hai capito molto di questa sera, vero Esteban? E non hai capito molto nemmeno di noi…” Parlò stizzito il centauro, facendosi aggressivo.
“Ho capito quello che potevo capire e saputo quello che mi serviva…” Si chiuse Esteban
“Sì, il nostro maestro ti aiuterà”
“Appunto… E mi aiuterai anche tu, no?”
Benitez de Alphonsine, tirò indietro la testa in segno di improvviso, vero, disappunto e scese dalla motocicletta sulla quale era appena salito.
“IO sono uno dei SUOI, Esteban!…IO non ho paura di aiutarti!” Gli rilanciò, avvicinandosi minaccioso.
“IO sono quello che sbatte con la moto contro un muro..” Gli puntò il dito.
“Ma tu non sei andato a sbattere con la tua moto… Almeno non volontariamente”
“Appunto, importa che non lo avrei mai fatto…Così come non ci frega niente di Gaudì”.
“Lo immaginavo e allora…”
“Allora non ci piace impegnarci a creare un capolavoro, se sappiamo che non potrà mai diventare un capolavoro. Ti è chiaro?” Benitez sembrò tranquillizzarsi, con il suo collo che tornò a farsi taurino, corto. Il suo possente tronco si era prima irrigidito, lasciando sbucare un collo imprevedibilmente lungo in quell’arrabbiarsi a muso duro. Come quello di una tartaruga.
“Beh riusciremo a salvare il mio maestro. Ce la faremo. Il nostro capolavoro sarà quello”
“Continui a non capire. Il nostro capolavoro sarebbe stato farlo senza lasciare nessuno indietro…Ma capisco che qualcuno ci resterà, indietro. No?”
“Forse” Strizzò le palpebre Esteban, chinando leggermente il capo.
“Il “forse” non mi basta. Mi serve che almeno ci sia una possibilità. Un progetto di “ca-po-la-vo-ro”…Mi serve un altro piano. Il tuo fa schifo. Lascia pezzi di questa storia indietro. Non prevede nulla per i personaggi centrali nel quadro, non chiude la rima di una strofa…Fa VERAMENTE schifo…”
“Ah dunque…”
“Dunque ci sentiamo scoglionati in partenza” Sbuffò il pittore.
“Ma il tuo maestro era d’accordo con me”
“Per il nostro maestro, il capolavoro è solo salvare Gaudì. Tu non sei niente. O credi che lui ti ammiri per il tuo coraggio? Ora starà ridendo con Benedetta”.
“E tu la pensi diversamente, giusto?”
“Certo”
“Ti sto a cuore allora? Nonostante ci conosciamo solo da due giorni…” Sorrise imprudente
“Non essere idiota. Tu fai parte del pacchetto. Non puoi tirartene fuori. Il mio capolavoro riguarda te e Gaudì. Senza quello non c’è nessun “capolavoro”….Nessuna impresa. E non mi viene nessuna aggressività. E lo ripeto: mi sento scoglionato”.
“Sei strano Guillermo, lo sai?…Eppoi quella frase. Cos’è?”
“Vent’anni fa l’Eccellenza ha scritto una cosa che ha ispirato artisti, filosofi e politici di tutta Europa. Quello era uno dei suoi punti. Non poteva ignorarlo”
“Sei stato grande, Benitez”
“Doveva aiutarti solo per il fatto che glielo avevi chiesto. Solo per il fatto che gli hai proposto un’impresa che aveva in sé la bellezza della lotta, l’aggressività per un vero capolavoro…Io gliel’ho soltanto ricordato. Te l’avevamo detto, Esteban: l’italiano non è stanco, è solo proiettato su altre imprese”
“L’italiano? Come parli, Guillermo…”
“Parliamo come parliamo”
“Parli come una persona delusa”
“Parliamo come ci viene…Ma se vuoi sapere quanto ci piacciano i nuovi obiettivi del nostro maestro, ti dico che non lo sappiamo”.
“Ti riferisci a quello che accade in Italia” Fece Esteban, simulando di conoscere quella realtà.
“Mi riferisco al fatto che l’arte, la filosofia devono rimanere lontane dalla politica, perché rischiano di diventarne uno strumento. Non mi spaventa che ne diventino schiave nel presente, lo sono sempre state…Mi spaventa che ne diventino diretta espressione e che siano contaminate e che… E che tramontino allo scomparire di certa politica. La mia arte non voglio sia comparata ai governi, alle correnti politiche, ai capi di stato…Se fosse l’arte a contaminare la politica, tutto sarebbe migliore, il problema è che avviene sempre il contrario. Anche se l’Eccellenza non lo ammetterebbe mai..”
I due si guardarono. Guillermo sorrise amaro, Esteban annuì interdetto. Il centauro inforcò gli occhialoni e tornò a cavalcioni sulla sua moto.
“Monta ora – fece Guillermo perentorio – abbiamo ancora da chiarirci parecchio. Nel frattempo tieniti forte. Ho voglia di correre”
“Guillermo?” Chiamò Labruna, mentre il motociclista dava di manopola e aumentava la velocità fra le strade deserte di Barcellona.
“Dimmi”
“Prima hai parlato per qualche secondo in prima persona…” Fece ironico
“Tu invece hai strizzato gli occhi almeno dieci volte” Rispose Benitez, serio.
Ad Esteban parve un compromesso onesto, mentre gli sembrò di diventare il padrone di un intera città. La sua. Si disse che anche quella era dalla sua parte.

giovedì 18 giugno 2009

L'occasione della forma 22^ - "Stride la strada sfuggente..."


Guillermo Benitez de Alphonsine era un tipo strano. Uno che staccava i tappi delle bottiglie di Cerveza semplicemente coi denti.Tutti finti naturalmente. Da quando pochi anni prima con la sua motocicletta aveva cercato di valutare le conseguenze di un impatto sul sottile muro di mattoni di un fienile. Così: direttamente a cavallo del suo mezzo. Il muro era caduto, il motociclo si era accartocciato e lui era finito sotto le cure di almeno tre diversi chirurghi maxillofacciali. Gente in gamba nella Barcellona degli anni ’20, che era stata in grado di rimetterlo in piedi in qualche modo e assicurargli una nuova bocca e qualche cicatrice in meno. Lui si era ripreso bene, almeno nel fisico possente. Un collo taurino che probabilmente gli aveva salvato la vita e due braccia come due tronchi d’albero. Nerborute e fortissime. Certo non era una bellezza ormai. A 26 anni era uno sfregiato dalla fronte al mento, con pochi capelli e due occhi azzurri vividi e reattivi. Sì perché Gulliermo Benitez de Alphonsine non era uno scemo, ne tantomeno lo era diventato per effetto di quello schianto. Era semplicemente uno che aveva le sue teorie. Pittore di discreta fama, scrittore e poeta scadente, per la semplicità astrusa e scimmiottesca dei suoi versi e del suo periodare. Fra le ramblas era conosciuto come uno svelto a dar di mano, dal pensiero raschiante e dal fascino folle, tipico di chi ha già scelto cosa essere. Insanamente.
Quando in quelle sere d’estate arrivava con la sua ennesima motocicletta scoppiettante e i suoi occhialoni da aviatore, non si poteva non notarlo. Il mezzo sbuffante spesso si fermava direttamente sul marciapiede più popolato e, dopo una brusca e invadente frenata, questi scendeva come da cavallo, lasciando rovinare a terra quell’ammasso di ferraglia. Esteban non ci aveva quasi mai avuto a che fare in quegli anni, in quelle sere dissolute: lo considerava un idiota. Semplicemente. Uno di quelli da cui era meglio, molto meglio stare lontani, perché avrebbe portato guai, con quel parlare al plurale, quel ragionare fatto di motti e assurdi schemi logistici. Quell’incredibile mancanza di timore e pudore. Nei confronti del prossimo, di se stesso.
Una sera Gulliermo con la sua moto strombazzante si era posteggiato, alla sua maniera, direttamente davanti al tavolino di un bistrot, dove una coppia si scambiava una serie di sguardi languidi, specchiandosi in un bicchierino di porto bianco. Un paio di schizzi d’olio nero, dagli ingranaggi del motociclo, erano terminati sulla candida manica destra del vestito della giovane donna. Una ballerina olandese che da qualche giorno si accompagnava a un gagà del posto. Immediata si era sfiorata la rissa, con il sanguigno centauro a brancare per il collo il damerino, più alto di lui di almeno quindici centimetri. Solo l’intervento della ragazza, evidentemente in grado di toccare le corde giuste dell’energumeno, aveva salvato il collo del suo accompagnatore e probabilmente anche qualche dente. Esteban Labruna da quella esperienza diretta in poi, si era deciso a voltare lo sguardo ogni volta che questi faceva irruzione nella sua cerchia di amicizie altolocate. Fosse a qualche festa privata, piuttosto che al “Forat Vermell”, o che in qualche bordello del centro. Ma la sue sensazioni erano strane: dopo che Guillermo, mesi prima gli aveva affondato le unghie nel collo, aveva come la sensazione che questi si fosse dimenticato, non solo del suo gesto, ma anche di chi fosse lui. La cosa non poteva che rassicurarlo, visto che non c’è esigenza più pressante da parte del maschio che quella di essere dimenticato e dimenticare. Quando si è stati protagonisti di una brutta figura sul piano fisico. Ed Esteban, da Guillermo, aveva davvero rischiato di prenderle “sode”.

Quando gli occhi del giovane architetto caddero fra le righe del quotidiano, fu come per certi artisti avere l’ispirazione e doverla assecondare immediatamente. Come il fischio di una teiera ribollente che ti richiama o, per meglio dire, ti annuncia che il momento del the è davvero arrivato. Così stralciò la pagina interessata, quella mattina, e invertì la rotta tornando verso la casa di Estrela. Aveva come un picchio nella testa che gli batteva forte. Nemmeno due giorni e sarebbe dovuto andare dall’eminenza a rendere conto, doveva avere un piano preciso dove poggiare la propria forza d’animo. Sapeva che senza qualcosa ad alimentare quella, la sua indecisione avrebbe potuto costargli cara. Davvero troppo cara.
“E chi è questo?” Gli fece Estrela aprendo il foglio del giornale stropicciato
“E’ un uomo importante, un italiano…” Rispose
“E cosa c’entra con tuo nonno?” Aggiunse poco indulgente la ragazza
“Niente, almeno per ora…Ma questa è gente che non ha paura, sono dei pazzi”
“E quindi? Pensi che ti possano servire solo per questo? Sei un illuso Amancito…”
“Beh, provare non costa nulla no?”
“Già solo brutte figure…” Lei gli sorrise beffarda, ma in fondo ammirata.

Mentre saliva le scale circolari di quell’abitazione al terzo piano, il giovane Labruna giudicava fra sé quanto facile fosse farsi riconoscere nella sua città e giudicava un po’ inquietante quanto fosse parimenti semplice ottenere indicazioni precise su qualsiasi persona che frequentava quel microcosmo ribollente delle ramblas. Dove magari non ci si conosceva di persona, ma ognuno sapeva tutto. Di tutti.
Per sapere dove Guillermo abitava gli era quindi bastato chiederlo a uno dei suoi tanti conoscenti. Aveva ottenuto indicazioni sulla sua abitazione e non solo: sulle sue abitudini. Sapeva quindi che questi lavorava dall’alba prestissimo, fino al mezzodì, per poi dormire fino al pomeriggio inoltrato.
Alle 10 di quella mattina bussò alla sua porta, non senza agitazione.
“Che c’è? –sentì la voce dell’artista, prorompere dall’interno – Chi ci viene a disturbare? Scio! Via!” Rispose una voce decisa, solo leggermente ironica.
“Signor Benitez, mi chiamo Esteban Labruna. Ci conosciamo…” Azzardò Esteban.
“Ci conosciamo eh?” Rispose Guillermo, mentre si sentì lo scatto della serratura e la porta si apriva.
“Sì, ci conosciamo, il suo viso non ci giunge nuovo, per quanto non ci ricordiamo, in quale occasione…”.
Un uomo “trapu”, con due occhi azzurri e uno sguardo accigliato si affacciò all’uscio.
“Sulle ramblas, Signor Benitez, ci hanno presentati mesi fa…” Lo interruppe, non senza sollievo l’architetto, mentre assecondava l’invito di Gulliermo, porto con un gesto repentino del capo.
“Sì, forse. Quale sarebbe il motivo della sua visita, signore?” Nell’anticamera, dipinti cuneiformi a stilizzare volti dalle smorfie metalliche si stagliavano nella poca luce. Cromatismi delineati e semplici in quelle opere. Nell’aria, strano odore di polvere da sparo.
“Mi hanno parlato di lei l’altra sera. Lei, come pittore, ormai gode di grande fama in città e…” Lo adulò Esteban.
“Sì, sì va bene..Questa città ha il vizio statico di eleggere l’immutabile come riferimento. Ci vien voglia di smettere di dipingere”.
“Beh, non prima di avermi concesso di poter vedere le sue opere, di cui mi hanno parlato in molti. Per lei potrebbe essere una buona occasione per monetizzare. Non guasta mai, no?”
“Monetizzare. Monetizzare. Non abbiamo bisogno, noi, di monetizzare…Abbiamo tutto quello di cui abbiamo bisogno qui. E anche di quello che è futile, ma crea movimento, rende meno immobili le nostre vite..Ma ci diceva: lei è qui per i nostri quadri. Vero?”
“Esatto” Annuì Labruna, superando per un attimo la tentazione adulatoria, di chiamare quell’essere: “Maestro”. Lui, che era stato l’assistente di Antoni Gaudì.
Superò di slancio questo ridicolo e adulatorio impulso..
“Ma i nostri quadri. I nostri quadri non sono per tutti… Potremmo dirle Labruna che non è una questione di prezzo e che potremmo tranquillamente regalargli quello che preferisce, se non fosse che…” Fece una pausa teatrale.
“Se non fosse che?” Incalzò curioso e sconcertato.
“Se non fosse che abbiamo la certezza che debbano essere i quadri a scegliere il proprietario”
“…In che modo signor Benitez?” Fece Esteban, mentre pensava: “Questo è pazzo”.
“In vari modi…Si accomodi”.
L’artista motociclista lo fece sistemare in un ampio soggiorno pieno di quadri alle pareti, dove la stilizzazione del rappresentato, fossero volti, strade, città, finanche paesaggi rurali, si poggiava su una particolare combinazione di linee rette. Orizzontali e verticali. Rese da colori vividi e accesi, piuttosto che da sfumature monocromatiche. Come scalpellati in materia che concedeva solo la possibilità di un tratteggio lineare, privo di curve, di afflosciamenti, di naturale tondeggiare. In essi dominava la focalità di una luce, che tutto illuminava da un originario punto, spesso invisibile perché esterno alla raffigurazione, e verso cui tutto sembrava rapportarsi.
Era l’idea di un movimento nella staticità del quadro. Di più: di una velocità di immagine che toccava e avrebbe potuto emozionare in un sonoro che s’invitava all’ascolto, con le orecchie della propria sensibilità artistica.
A Esteban Labruna, in attesa che Guillermo ricomparisse alle sue spalle, piacque in particolare la raffigurazione di due volti quasi sovrapposti in un profilo urlante. Piacquero quegli zigomi delineati come triangoli incompleti, quei nasi pizzuti come fossero cunei, o spessori di porte cigolanti. O anche chiodi metallici lucidissimi. Ed era vero: forse, da volti così stilizzati, l’urlo che ne scaturiva non poteva che essere di metallica ridondanza. Come il verso di certe gru stridenti al cantiere del suo maestro. Forse anche per quel non-udire l’architetto fu affascinato sinceramente, al di là di quella pantomima che aveva mandato in scena.
“…Capire la nostra arte Labruna, - riprese Guillermo - è capire soprattutto il nostro credo. La pittura è solo uno dei nostri modi per esprimerci ed è il modo forse più complicato per noi. Un quadro è tratteggiato per sempre, potrà esprimere un movimento, un’idea di suono, di meccanicità ma in quanto raffigurazione nasce e si fossilizza su un immagine che rimarrà quella. Senza modulazioni, senza cambiamenti. La parola, la scrittura, sono in grado al contrario di modificarsi e di trasmettere meglio quell’idea di velocità, di meccanicità, di cambiamento che ci è cara…”
Esteban ascoltò senza contraddirlo. Non lo avesse mai fatto…
Benitez aveva aperto il cassetto più alto del suo trumò e ne aveva tratto dei fogli. Cominciò a leggere teatralmente…

“Stride la strada sfuggente
sotto ruote di ferro gommato
Stralcia la ghiaia, arranca la sabbia
Stordisce la via nel fuoco centrale che chiama

pof pof pof…roarrr…traratatata..buuummmm

Fischia il motore intriso nell’olio
In effluvi patrizi di benzina che frigge
Fra plebe di carri e bestie trainanti
Di uomini lenti e ferraglia bàsita

pof pof pof…roarrr.. tratatatata..buummmm
pof pof pof…roarrr.. tratatatata..buummmm

Romba il motore, spinge la via,
piega le piante con sbuffi di fumi e liquami
Su molle ondeggianti dai rilievi cromati
In manici tesi e fanali

pof pof pof…roarrr.. tratatatata..buummmm
pof pof pof…roarrr.. tratatatata..buummmm
pof pof pof…roarrr…traratatata..buuummm

Occhiali cinghiati su elmi di acciaio
Mani di cuoio a domare cilindri e pistoni
Brandeggio di bracci di ghisa su perni e rondelle
Raggi argentati in lamine fiere

pof pof pof…roarrr.. tratatatata..buummmm
pof pof pof…roarrr.. tratatatata..buummmm
pof pof pof…roarrr…traratatata..buuummm
pof pof pof…roarrr.. tratatatata..buummmm

Stride la strada sfuggente
Sotto ruote di ferro gommato
Per chi di metallo s’arma
Di velocità bramoso”


Esteban rimase fermo, seduto sul divanetto, gambe accavallate.
A bocca aperta, quasi gli mancassero non solo le parole, ma anche i pensieri. Poi capì la natura di quello stato di estasi.
“Che cazzata immane!” Pensò fra sé, trattenendo a stento quel ridere di bambino indisponente che montava come un toro nell’arena, come pazzia allo stato puro. La stessa che ti fa perdere il controllo di te e ti fa ridere paonazzo, mentre ti pieghi in due. E non vorresti. Non dovresti.
“E’ bellissima – quindi disse, quasi violaceo, mantenendo la posa -.Mi sento un groviglio di passioni che mi assalgono”
Fu un miracolo che quella frase buttata lì, quasi mnemonicamente, fermasse quella mula cocciuta che arrancava, fra mille ostacoli autoconservativi, nella salita della sua ilarità.
Guillermo Benitez de Alphonsine aveva recitato come artigliere vicino al suo obice. Aveva scandito come un infante il suo scritto, vermiglio nel viso che ripeteva ingenuo il verso della marmitta, il cigolare della sua moto, lo strepitio del suo motore. Poi col mento proteso verso l’alto, in una posa che voleva simulare atteggiamenti tirannici e saccenti di certa politica tanto in voga, era rimasto. Fermo e in piedi, con la sua mano poggiata al mobile. In attesa dell’applauso.
Che arrivò leggiadro e finto, dai palmi del suo ospite.
Falso e beffardo come la pirite nella mani del cercatore d’oro.
“Straordinaria, Guillermo. Davvero impressionante” Rincarò Labruna, ormai di nuovo padrone di sé. Talmente lucido da notare un sorrisetto di compiacimento un po’ da ottuso di quell’uomo sfregiato, che non sapeva di essere in realtà canzonato.
“Vede Esteban. Noi sperimentiamo tutti i tipi di arte, dove arte diventa movimento, velocità penetrante di messaggio e sensazione di cambiamento. Di progresso, di natura che è piegata. Dalla capacità dell’uomo, dal suo ingegno, dalla sua creatività. Sia meccanica, sia artistica”
“Trovo che la sua composizione, Guillermo, sia incredibile. Assolutamente in grado di suscitare emozioni, passioni, riflessioni. Che magnifico dono è la capacità espressiva di un artista!”
“Sì, lo crediamo anche noi...Ma crediamo che la capacità degli artisti debba anche essere quella di selezionare il proprio pubblico, la propria platea di uditori. E’ per questo che noi non vendiamo i nostri quadri, ne tantomeno cerchiamo di esporli. Non declamiamo i nostri scritti in pubblico e di fronte a estranei. Non esitiamo le nostre sculture. Vogliamo solo trovare interlocutori degni della nostra creatività. Vogliamo e possiamo. Perché ce lo possiamo permettere. Ergo siamo artisti liberi, nel vero senso della parola, giacché non dipendiamo dal denaro”.
“La nobiltà dell’arte, svincolata da ogni compromesso. Che splenda occasione!” Rilanciò Esteban con la falsità debordante, di chi rischia di esagerare. “Che pallone gonfiato di vanagloria”. Pensava fra sé.
“Esatto, caro amico”.
Esteban pensò in quel momento di avercela fatta, di aver fatto breccia nella sensibilità egocentrica di quel bravo pittore che disprezzava la pittura, di quel poeta scadente che si considerava un genio della composizione poetica. Ma lo fu solo per un istante, quella mattina.
“Le andrebbe di vivere un’esperienza fuori dal comune?” Gli chiese subito dopo Benitez.
“Io? Non saprei”
“Perdoni la nostra franchezza: abbiamo visto come guarda il nostro “Gemelli metalli”…Vorremmo regalarglielo Labruna, ma non prima di essere certi che quel quadro finisca nelle mani di chi possa capirne il vero significato. Non è un atto di sfiducia, amico mio. Al contrario: è solo un modo per renderla veramente in grado di apprezzarci. Apprezzarci ben oltre l’immagine del dipinto”
“Ci sarò – rispose immediato Esteban, deglutendo – Dica solo quando e dove”. Labruna ebbe la sensazione di cacciarsi in qualcosa di cui, poi, si sarebbe pentito. Ma ormai era lì, doveva andare fino in fondo.
“Diciamo: subito. Diciamo: qui. Inutile rallentare la nostra conoscenza” Sorrise lo sfregiato dagli occhi azzurri, con una vena di sottile sarcasmo.
In breve l’ospite di Esteban sparì uscendo dal soggiorno, lasciando spazio d’azione al suo invitato. Il giovane architetto si guardò ancora intorno, osservò i quadri, si beò della possibilità di accaparrarsi quel dipinto, “Gemelli metalli”, e giudicò quanto azzeccato fosse quel titolo. In qualche modo aveva raccolto la sua attenzione, malgrado tutto quel fingere e quello sfottere sleale. “Gemelli metalli” gli piaceva, come può piacere una donna dal lineamento particolare, magari lontano da quella bellezza canonica che, troppo spesso, risulta l’insano parametro dettato da una moda passeggera. “Gemelli metalli” dava emozione e per un attimo Esteban si distrasse dalla natura della sua vera missione a casa di Benitez de Alphonsine.
Non era lì per portarsi a casa quadri, ne per ascoltare allucinate poesie, ne tantomeno per vivere.. “Esperienze fuori dal comune”.
“Eccoci” Proruppe il padrone di casa a interrompere queste riflessioni, dopo una manciata di minuti.
E per Esteban fu come ricevere un cazzotto in pieno stomaco, tanto che quasi gli mancò il fiato, visto che dall’abbigliamento dell’artista, si capiva tutto della natura di quello che lo aspettava.
“No in motocicletta no!” Sussurrò fra sé l’architetto, come ad appassire ogni desiderio in una vita futura.
In piedi con le mani sui fianchi, solo leggermente ondeggiante, Guillermo si era presentato tutto cinto da capi in pelle. Di color marrone nei pantaloni, nero nella giacca con collo di pelo. La sua destra, invece, stringeva un paio di guanti. Pure neri.
“Sul nostro motociclo, c’è posto anche per lei..Vedrà sarà un’esperienza indimenticabile”
“Sono pronto” Sorrise Labruna che già le gambe gli tremavano.
“Si metta questo” e porse all’architetto un giubbotto di spessa e ruvida pelle marrone.

Il motociclo era italiano. Di un rosso fiammeggiante, con aquila gagliarda stilizzata in rilievi dorati nel simbolo sul serbatoio. Guillermo vi saltò sopra e vi si sistemò come un buttero che inforca la sua giumenta, con un colpo di tallone fece saltare il cavalletto e quindi scaricò il peso sulla parte destra, aggrovigliando il motore sferragliante e dando di manopola. Il mezzo rispose come un cerbero sonnecchiante, ma per nulla infastidito. Si mise in moto fragorosamente con il crepitio di qualcosa che è pronto all’avventura.
“Lo sente Labruna ?– fece il pittore soddisfatto, sovrapponendo la sua voce al frastuono – E’ la forza di decine di cavalli. Tutta qui: imprigionata nelle nostre mani, fra le nostre cosce, sotto i nostri piedi. Che splendida emozione! Monti…Veloce”.
Esteban Labruna inforcò il mezzo e si dispose sulla sella rettangolare alle spalle del centauro. Lo cinse alla vita in posa femminea. Appoggiando il capo alla nuca del suo ospite. Gli venne in mente quella storia.
La storia degli sfregi di Guillermo Benitez de Alphonsine, dei suoi denti rifatti, del fienile abbattuto. Chiuse gli occhi ed ebbe la tentazione di disarcionarsi.
Non fece in tempo.

Barcellona era bellissima quella mattina. Poco prima del mezzodì sembrava raggiungere l’apice della sua vivacità cromatica e acustica. Il sole caldo, ma ancora discreto in quella stagione permetteva di osservare una città brillante. Nei passanti, nelle strade affollate di automobili e carri e cavalli e rumori e tutto quello che poteva renderla viva. Come un corpo di donna che si agita in una danza suadente e priva di malizia. Come un luogo che poteva risultare pericoloso, quasi suicida, attraversare a dorso di una moto. Quando il guidatore era Guillermo.
In poco più di trecento metri il centauro pittore sfiorò due autovetture in transito nel senso opposto, quindi effettuò una gimcana fra due carri carichi di masserizie, schivando per la velocità anche le bestemmie colorite dei padroni, quasi investì due passanti e infine affrontò una prima scalinata in discesa. Così, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Fu poco fuori la città, quando Benitez cominciò a piegare il mezzo sulle curve della costa con vista mare, che quel viaggio si fece serio. Il pittore cominciò a parlare.
“Siamo a 120 chilometri orari! Che mezzo questo! E’ Il monocilindrico più veloce del mondo …Ha paura Labruna?”
“Io? No…” Rispose l’architetto che da un pezzo non osservava più la strada e faticava a seguire il discorso del pittore, la cui voce a tratti era nascosta dal raschiante scalare di marce, dallo scoppiettare convulso del motore. E più Labruna non rispondeva, più il suo compagno di viaggio alzava la voce a imporla su tutto.
“La velocitàaaaaaa! La velocità è il senso della nostra vita Esteban…Non c’è passione, non c’è vivere senza quella. C’è solo un sopravvivere. Le dirò che noi disprezziamo chi si accontenta del solito incedere, chi non sfrutta la meccanica, gli effluvi di benzine e oli per spingersi oltre e arrivare prima. Non importa dove, Esteban amico mio, importa come! Comeeeee!”
La moto italiana di Guillermo sembrava di minuto in minuto sempre più veloce, sempre più attaccata alla strada. Solo a tratti coperta d’asfalto. Ed era vero, pensava l’allievo di Gaudì, quel disagio nell’osservare la via diventare un punto infinitesimale sul proprio assurdo percorso, faceva mancare il fiato, percuoteva le corde degli istinti più profondi della persona. Da quello di sopravvivenza che voleva spingere Esteban a saltar giù da quell’ammasso di ferro, a quello dell’orgoglio che lo spingeva a resistere, per passare alla paura pura. Quella che ti rende immobile, irretito, schiavo dell’impossibilità di reagire.
Guillermo nelle sue evoluzioni folli spinse il motociclo fino a 130 chilometri orari, sfiorò due strapiombi, nel piegarsi provocò scintille fra la pedaliera e il selciato con una regolarità disarmante. Tanto che a Labruna, quella corsa all’una del pomeriggio, sembrò più un combattimento col diavolo che non la smargiassata di un semplice pazzo.
Un “pazzo” che, intanto, continuava a parlare:
“La sente Esteban –disse, sovrapponendo la sua voce al crepitio del mezzo, durante una piega paurosa in una curva a gomito – E’ la strada che stride…Che sfugge sotto le nostre ruote gommate, che aggredisce la ghiaia! E si spinge là al centro della nostra vista. Dov’è la nostra meta… Fischia il motore intriso nell’olio…In effluvi patrizi di benzina che frigge. Fra plebe di carri e bestie trainanti di uomini lenti e ferraglia basita…Capisce ora? Lo vede. Lo tocca con mano! Questa è la velocità! Il furore della natura che cambia, perché cambia il nostro punto di vista…Noi siamo la natura! Noi decidiamo come deve essere e quando. NOI SIAMO! NOI SOLO!”
Esteban si sentì svenire per la paura in quel viaggio, sentì le parole del centauro, le ascoltò atterrito con la certezza di essere nelle mani di un pazzo. Ormai sconfitto e convinto di aver fallito.
Poi, all’altezza di uno spiazzo che degradava verso la spiaggia, la moto di Guillermo, sobbalzando, cominciò a decelerare. Quindi si fermò.
Guillermo si torse verso il suo passeggero e lo abbracciò forte. “E’ stata una grande esperienza vero?…Una di quelle che non si dimenticano, lo so. A noi non importa cosa dica la gente, il popolo delle ramblas. Noi viviamo per questo. Per questa emozione che ci fa sentire vivi. VIVI! Di carne e di sangue”
“Guillermo posso farle una domanda?” Abbozzò con un filo di voce Esteban, appena riavutosi dallo spavento lungo una corsa in moto di svariati chilometri, fino a uscire ad Barcellona.
“Il suo viso – chiese - Cosa le è successo?”
Benitez rise fragorosamente e poi singhiozzando ilare proruppe: “E’ tutto vero quello che dicono di noi, Esteban. Abbiamo sfondato il muro di un fienile con la nostra seconda motocicletta, tre anni fa”. L’architetto lo guardò stranito, già pensando al viaggio di ritorno.
“Ma non siamo pazzi… Potremo dirle che il problema non eravamo noi sulla nostra moto che andava a 60 all’ora. Il problema era quel muro che rimaneva ostinatamente fermo! - rise di nuovo, con un sarcasmo che a Esteban piacque – Ma no, non glielo diremo questo. Le diremo invece che avevamo rotto i freni in curva e che quell’impatto fu per noi inevitabile. Io non sono pazzo, amico mio..Amo tutto quello che il progresso può regalarci..Ma non sono pazzo, come molti credono”
Poi tirò fuori una susina dal giubbotto nero, la strofinò sull’avambraccio e quindi l’addentò come farebbe un cane con un osso. I suoi occhi azzurri s’illuminarono di un acceso senso di sfida. A se stesso.
Porse quel che rimaneva del frutto a Esteban, che ripetè l’operazione dalla parte sana.
Il mare in quella giornata di sole era calmo e riposante. Talmente quieto che goderne per un paio d’ore in quel giorno caldo, fu davvero un sollievo. Sollievo e pace per un bizzarro centauro e il suo furbo compagno di viaggio, in una conversazione davvero interessante.

A metà pomeriggio Esteban Labruna, dopo aver saltato l’ennesima giornata al cantiere, si presentò in anticipo a casa di Estrela. Sottobraccio aveva un voluminoso pacco dalla forma schiacciata e un sorriso di speranza che la donna smorzò subito, notando il rossore delle sue guance, del naso e della fronte. “Ti hanno cucinato bene, Amancito – gli disse, feroce -. Sembri saltato alla piastra. Cosa avrai da ridere, conciato così…”
Poi scartò il pacco che Labruna orgogliosamente gli aveva porto e.. “Sembrano due pazzi del sanatorio..Io questo obbrobrio in casa mia non ce lo voglio. Buttalo via” Disse.
Esteban si mise a ridere ed Estrela lo seguì, non capendo fino in fondo.
A sera, prima di cena, la donna spalmò sul viso dell’architetto un po’ di crema idratante. Una, due volte. Fu quella l’occasione per rimanere in silenzio. Un altro po’.
L’occasione di Esteban per tirare le somme di quel giorno così intenso, così strano.
“Lui sarà nostro ospite per qualche giorno. Terrà un giro di conferenze qui, in Catalogna – gli aveva detto Guillermo, sorridendo - . Ci sarà certamente occasione per farglielo incontrare…Sarà un incontro illuminante. Il mo maestro non è una persona comune”

giovedì 21 maggio 2009

L'occasione della forma 21^ - Come la spiaggia al mare


Fra le prime casette a schiera della periferia, nel buio illuminato di quella notte qualsiasi, senza data, Howard continuò a farsi cullare dall’abbraccio della sua città. Si concesse il primo vero abbandono della sua vita, dopo tanti anni. Come se l’istinto che porta ciascuno a godere di un proprio posto segreto, in quanto casa, protezione, “scrigno di segreti” in lui non avesse avuto albergo. Non avesse germinato. Fino ad allora.
Come un bambino, lui non ne aveva conoscenza e, proprio come un bimbo, ne godeva nell’istante stupito in cui percepiva quel calore sommesso e invasivo che lo scaldava. Allontanando per un attimo il suo sconcerto. Magari solo per un attimo.
Cosa strana la vita, qualche volta – avrebbe, poi, scritto sul suo taccuino -. Sembra che qualche volta nel momento cui ti toglie e ti costringe a terra, ti da anche lo strumento per farti più forte a sperare di rialzarti…”
Mentre rientrava a casa, ormai nel pieno di quella sera di primavera, le cose cambiarono infatti. O meglio: mutò la sua percezione di quanto tutto era cambiato. Nel proprio istinto. Era quella banale Providence il suo posto segreto. Il luogo che da sempre aveva provato a cingerlo di vera protezione, la stessa verso cui ciascuno tende, quando ha motivi di paure, rabbia. Bisogno di confrontarsi con qualcosa che rimane, in fondo, fedele a se stesso. Come una città, una montagna, una casa nel bosco dell’anima.
Si sentì veramente a casa. I profumi erano i suoi, le strade, le staccionate. Sì, certo Providence era cambiata molto in diciotto, venti anni, ma non importava. Suoi erano i rumori, gli effluvi, le sensazioni. Gli stessi di sempre. Di allora anche.
Lì era a casa, la sua “vera” casa. E se c’era un posto dove tutto poteva essere accettabile, o comunque “arginabile”, questo posto era lì. Un luogo che lo proteggeva da sempre che ne aveva cementato i ricordi, forgiato la propria essenza più profonda, testimoniato della sua crescita. In qualsiasi direzione essa si fosse poi sviluppata. Lì, fra quelle case illuminate di sera, in quelle vie ordinate, in quel silenzio ventoso che ti parla di natura che si riappropria, di famiglie a cena, di calore domestico celato alla vista degli estranei, lì poteva. Poteva sentirsi un po’ più forte, un po’ più resistente alla spinta del ricordo che quel ritorno oppressivo, mentre lo liberava, gli faceva affrontare, oltre le soglie più dolorose del suo vissuto. Di quello che nemmeno Howard riconosceva più, tanto era stato sepolto nel suo animo.
Quella sensazione di piacevole scoperta, di protezione era una tregua, solo una tregua di spiegazione. Lovecraft lo sapeva. Era come se, all’inizio di un gioco, ti fossero spiegati obiettivi ma non solo: gli avversari da sconfiggere e gli strumenti a disposizione per farlo. Dalla sua lo scrittore aveva quei luoghi, ora ne era certo, aveva poi il suo strano coraggio, di “uomo che può non sentire”; aveva la sua forza d’animo. Dall’altra c’era tutto. Tutto quello che non aveva vissuto in quanto palpitante essere emozionabile, tutto il dolore, l’angoscia, la rabbia che non si erano sfogate negli anni, nascoste come polvere sotto un tappeto spesso. Dall’altra parte, come avversari ridicoli e beffardi, c’erano anche i suoi stessi mostri antropomorfi. Gli stessi che aveva desunto dal suo malessere nascosto e tratto su carta, in fulgide e memorabili descrizioni.
E’ vero - si rassegnò poi, banale - Nulla si crea, nulla si distrugge. Gli si può solo cambiare forma in forza di una descrizione, di una creatività che se attinge dentro di noi, si poggia solo sul nostro vivere. Sulle nostre emozioni. Non si può cancellare l’emozione, annullarla, arginarla…
Forse fu quello il momento in cui la tregua finì. Di schianto. E il “gioco” riprese. Più spiazzante e vorticoso di prima.
Bastò poco, solo il gesto istintivo, mentre realizzava tutto questo, di spegnere il suo sorriso beato e impercettibilmente serrare i pugni dalle dita affusolate. La percezione fu quella di umidità. Di sudore, di emozione che rende le mani madide.
Le proprie mani madide. Quelle che lo avrebbero accompagnato sempre, nei momenti di emozione da gestire nell’attimo.

“Howy vai di corsa a lavarti le mani. Non fartelo ripetere, altrimenti tua mamma se la prende con me. Poi io me la prendo con te…” Zia Lilian sapeva come prendere Howard. Sapeva di avere delle armi importanti nei suoi confronti e non disdegnava di usarle. Di tanto in tanto.
“Fra due ore, saranno tutti qui. Se fai in fretta e torni pulito, possiamo giocare insieme…Ci diamo agli origami”
Quel pomeriggio gli aveva dato una scompigliata ai capelli e un buffetto sulla guancia, poi si era sforzata di diventare seria e aveva indirizzato a quel dodicenne magrissimo un indice serentore.
Howard era rimasto a guardarla per un istante, poi era salito di corsa. Verso il bagno.
Era già abbastanza alto per arrivare comodamente alle manopole sul lavandino, girarle e infilarci sotto le mani. Quindi, con un pettine d’osso bianco, si era bagnato i capelli, dividendoli sulla fronte, come Mosè che separa le acque.
Si era dato un riordinata alla camicia ed era sceso di nuovo.
“Zia Lilian? Zia Lilian?”
Zia Lilian, la moglie di suo zio era qualcosa in più di una parente acquisita e qualcosa in meno. Non contava l’affinità, nemmeno quella convivenza saltuaria, ma sempre più frequente che in quegli anni pervadeva la casa dei Lovecraft, c’entrava invece la pubertà di Howard nel primo vero contatto ludico con esemplare dell’altro sesso, in grado di interagire con lui, di porgersi come amico, amica e qualcosa d’indefinito per le membra e il sentire del ragazzetto con le gambe ossute. Quando Zia Lilian era a casa, Howard metteva da un po’ di tempo sempre più cura nel suo aspetto fisico. Le pettinate compulsive ed energiche sui capelli biondicci, a sera, duri a piegarsi, lo strofinarsi del viso al mattino, la cura nel lavaggio dei denti erano operazioni che in quei mesi cominciavano ad avere un senso diverso. Un significato, una spinta che sfuggiva alla comprensione di quell’adolescente ancora troppo bambino. Almeno nell’aspetto. La storia, anche questa, era vecchia come il sentire infantile di ciascuno che svolta verso una sana direzione di virilità, ancora prossima a essere imboccata. Zia Lilian, con il suo girovita etereo, le sue gonne lunghe, le sue braccia sottili ed agili era soltanto un’apripista. Un volto gradevole nel suo biondo cenere dagli occhi azzurri, una figura sorridente e leggiadra nel suo porgersi. Mai sopra le righe nei rimproveri, mai sotto, nella complicità dei momenti ricreativi che la donna regalava a quel nipote solitario, l’incarnazione forse di una maternità ancora lontana dal mortificarla. Giovinetto che si aggirava in un mondo di grandi e che troppo si chiudeva in se stesso, con il mento proteso chissà dove.
Non c’era spazio per altro nella mente di Howy nell’interazione con Lilian, non c’erano curiosità, né pudori, nemmeno l’idea stessa di qualcos’altro oltre ai giochi, ai ritagli di figure nella carta, alle corse nel giardino di casa. Niente che per un dodicenne potesse essere compreso, accettato, valutato.
“Zia Lilian? Zia Lilian?”
Quel pomeriggio Howard, con le sue mani pulite e asciugate, con la sua scriminatura centrale, ricavata a fatica su capelli ammantati di bambino che gioca troppo da solo, girò parte della casa sempre più curioso e affannato, come chi intuisce di essere tratto nel gioco all’improvviso, e di essere chiamato a gestirlo. Come un adulto che s’impegna a nascondino, ma non è chiamato a nascondersi.
Howard scelse quindi, quel pomeriggio, la strada del silenzio per quella zia che voleva giocare con lui. Si sforzò, sorridente e beato, al mutismo, si aggirò come un micio in cerca di spunti alimentari, fra il soggiorno e le sue madie, i due studi e le ampie librerie, il guardaroba e i suoi anfratti più nascosti, il sottoscala polveroso e buio, l’enorme cucina con le sue credenze intagliate, i tavoli pesanti e il bagno principale. Di un candore luminoso.
Fu all’altezza del bagno di servizio che qualcosa cambiò inevitabilmente, come con un colpo secco che ruota e avviluppa il corpo glabro di un ragazzino, lo scuote di brividi, lo innalza levitante, lo abbatte ripiegato, lo rende turgido all’istante per quel flusso vitale che pervade i suoi genitali inconsapevoli. Eppure in grado, ora, di gridare alla vita, a parte della sua essenza carnale, così terrena da strapparti all’adolescenza e annunciarti e spiegarti, solo per quello che puoi capire, della tua natura. Di giovanissimo uomo, di maschio. Di quello che sei e non potrai, ne vorrai, mai cambiare.

Bastò una porta socchiusa, un triangolo di luce che si flette e si allunga sul parquet invecchiato. Due occhi giovani che salgono silenziosi, una figura di ombra che interrompe un gioco. Howard vi si appoggiò inconsapevole, celandosi d’istinto più che di malizia, nel silenzio profumato di una donna, sua zia, che stava.
Seduta sul bordo della vasca con una gamba appoggiata allo sgabello bianco, con la gonna in vita e le sue mani. Affusolate ad accarezzarsi le caviglie, le gambe, le cosce. A sistemarsi le sue calze bianche fino al bacino, dove il rosato della sua carne compariva, come la spiaggia al mare. Movimento di leggerezza e involontario candore malizioso che scoprì al giovinetto un mondo nuovo. Per la prima volta consapevole. Di cos’è donna, come altro da uomo. Di cos’è pulsione, com’è altro da controllo.
Fu una sensazione che gli uomini conoscono bene, per quanto il loro vivere e il loro vissuto finiscano poi in molti con il diluirne il ricordo, fra cento corpi e cento situazioni diverse, che si confondono fra loro, sovrapponendo e proiettando ombre indecifrabili al loro sentire di adulti.
Howard rimase silenzioso ad affrontare quell’immagine di femminilità nuova e incalzante, a gestire quell’annuncio di virilità emergente e prorompente, perché frutto visibile di una giovinezza di membra, di carne, di anima, magnificamente nuova al proprio percepire. In tutto il suo sconcertante fiorire intimo.
Rimase lì qualche secondo, appoggiato al muro con la luce che gli affettava il viso, gli occhi lucidi di desiderio incomprensibile, le labbra umide e quella sensazione di vigore al bassoventre. Prima di correre via con quell’immagine di zia Lilian nel corpo, la velocità di un topolino di campagna che fugge alla vista e le sue mani. Mani di giovinetto emozionato da naturale e sconosciuto pulsare. Mani madide per quell’emozione ingestibile, incontrollabile. Mani serrate in pugni umidi, così lontane dalla violenza, così vicine a quel certo tipo di amore.
Quel giorno Howard non ebbe animo, ne pensieri per giocare con zia Lilian, ignara, che lo cercò invano, una volta fuori dal bagno di servizio.

Fra le case di Providence quella sera, Lovecraft si fermò un istante solo, mentre il suo passo già da minuti era diventato un incedere lentissimo, quasi a voler dar tempo al suo avversario di prendere bene la mira durante un duello alla pistola. Un gesto di coraggio e stupida “cavalleria” incomprensibile per chi, come Howard, sapeva bene che non era finita lì e che il suo “nemico”, l’avversario dal quale quei luoghi solo in parte potevano proteggerlo, aveva ancora molto con cui spaventare, annichilire, abbattere. Si fermò solo per guardarsi le mani, far scivolare consapevolmente le dita sui palmi, percepirne l’umidità contraddittoria, in quel fresco ventoso. Era il sudore di mani emozionabili come il suo essere, mani che da sempre manifestavano ciò che la sua mente, il suo cuore, nascondevano sedimentando. Affastellando istericamente. Mani sincere con se stesso. Da sempre e malgrado tutto.

Stai male vero Howy?…Appoggiati a me. Tutto questo ti sarà di aiuto, io credo. Sarà il nostro segreto…”

Howard credeva in quegli anni che il cuore di tutti gli uomini del mondo fosse uguale al suo. Pensava che quel calore intenso che proveniva dal suo, quelle emozioni rampicanti che gli cingevano la gola ad attimi e gli toglievano il respiro e che da quello nascevano, fossero uguali per ogni essere umano. Per questo ne aveva rispetto, per questo giudicava che ogni persona aveva, profondamente, pari dignità. Per il rispettivo credere, amare, emozionarsi. Ne era convinto al punto da considerarsi parte della massa. Uno fra tanti, senza alcuna distinzione ed in essa trovarvi riposo, come una pace di consolazione, al pensiero di non essere unico.
Era così giovane, così diverso dall’allampanato uomo che aborriva, ora, il diverso da se’ e che si considerava radicalmente unico, particolare. Senza per questo pensarsi migliore. Semplicemente alieno. Al comune sentire, al generale agire.
Lui si era voluto così, si era costruito in questo modo per proteggere il proprio talento sbagliato, per dare radici di vera originalità al suo scrivere, per cancellare il dolore, la rabbia, l’angoscia.
Che scempio orrendo ho fatto di me, di che cosa mi sono privato, che vita ho vissuto? Se Charlie, tu potessi vedermi ora, che cosa proveresti? Ameresti me? Avresti voglia di appoggiare il tuo capo sul mio petto? Perché io questo sono stato. Ho distrutto quello che ero. Ho sacrificato la mia anima..Vorrei chiederti perdono. Perdono. Perdono.”

Sì, il perdono. Davanti alla casetta a due piani dei Winthorpe, omai non lontano dalla sua, fermo in mezzo alla strada a osservarne il prato inglese che papà Abram da sempre curava con attenzione maniacale, Howard fece un altro scatto indietro, percuotendo se stesso, questa volta con il cilicio dei suoi mostri immaginari, di quelle figure melmose e maleodoranti che emergevano dal suo inconscio e lo cingevano, senza toccarlo. Quasi riconoscessero in lui quel padre putribondo che li aveva concepiti. “..Non può un essere mostruoso, per quanto crudele e orrendo, e viscido possa essere, divorare il suo padre, fare brandelli di quelle carni dal cui seme è stato generato..Non può. In virtù di questo io non devo averne paura. Questa dev’essere la mia strada… Da qui io continuo il mio percorso…”
Le sue lunghe mani sudate, i suoi occhi impazziti e fissi sulla veranda dei Winthorpe,una veranda qualsiasi in una sera qualsiasi, annunciarono l’arrivo ondeggiante della creatura più orrida.
Malgrado il suo scrivere, le sue paure, il suo generare sempre e in continuazione, Lovecraft non poteva sapere che sembianze questo avrebbe avuto, che rantolo sommesso, che occhi ipnotizzanti. Sapeva solo da dove sarebbe venuto. Lo attese così, come si aspetta qualcosa di inevitabile, perché lo cerchi e sai, ora, dove cercarlo.
Sarebbe giunto da un dondolo bianco su una veranda bianca, in mezzo a vasi di fiori, davanti a una casa che non c’entrava nulla ma che sembrava tanto quella di una infinità di anni prima. E quindi lo vide, con la sua forma di piovra assatanata, i suoi tentacoli sguscianti e lucidi, i suoi occhi neri come il buio dell’anima dopo certi gesti di rabbia, in un iride gialla come orrendo fango chimico. Il suo rantolo sbuffante di effluvi disgustosi ne prese il fiato, lo rese agonizzante in un singhiozzo di schifo e rabbia…Il suo kraken era quello, dunque. Il suo mare era Providence, il suo male, se lo portava dentro e quella creatura immonda era lì per questo. Disegnata da lui, evocata da lui.
Howard Phillips Lovecraft non ebbe paura mentre quel sogno mostruoso ad occhi aperti lo cingeva con le sue propaggini gelatinose, mentre il proprio corpo s’irrigidiva solitario e ritto nella notte e le sue mani sudavano copiose. Ancora e ancora.
Non ebbe paura. Prevalse la consapevolezza di essere “padre” e “madre”, la certezza di avere tanto sbagliato fino ad allora, di aver nascosto, occultato. Di aver nutrito d’ipocrisia ogni suo gesto razionale nella profonda follia della sua anima. “Prendimi allora

Quelle sere non c’era consolazione per Howard, non c’erano parole, ne immagini. Solo il suo sguardo perso, il suo corpo in grado di alimentarsi appena, di muoversi con movimenti mnemonici e ripetitivi. Alzarsi dal letto, trascinarsi in bagno, uscire dal bagno, vestirsi, fare colazione, appoggiarsi al dondolo sulla veranda, chiudere gli occhi, lasciarsi cullare. Con quel cigolìo sommesso che sa tanto di primavera, anche quando dentro è inverno. L’inverno era quello, gelido, dell’assenza di Charlie che scompariva piano, troppo piano ancora per permettergli in quei giorni di tornare a una vita normale, almeno nell’apparenza. Era questo l’inizio di un percorso per il giovane Lovecraft tornato dall’ospedale dopo la morte della sua donna, un lungo cammino di errori, di spine staccate, di corrente vitale che non fluisce più o che fluisce ma viene canalizzata dove non serve a vivere. Il momento in cui il volto della giovane Ripple scompariva piano, sedimentandosi nel suo cuore, lasciandogli solo un vacuo e perenne calo di energie ed uno sguardo perso.
Erano passati solo tre giorni dal suo ritorno ed a Howard era concesso questo strano atteggiamento, in virtù di quel dolore che si portava stampato nei gesti, più che in un volto stranito e assente. Nessuna domanda gli fu rivolta dalle presenze femminili, invasive in quella casa. Nessuno che potesse aprire le porte di una confidenza che non c’era e non ci sarebbe mai stata. Nell’affetto profondo di sua madre, delle sue zie. Perché se non semini quella quando c’è il sereno, non si può davvero raccogliere quando il cielo diventa buio e la grandine comincia a picchiare tutto.
Era quella l’ultima sera che il volto di Charlotte Ripple avrebbe avuto un corpo, giovane e desiderabile. Sano e candido negli amplessi che giacevano nella memoria di Howard. L’ultima sera, tre giorni dopo la morte della sua compagna, che Howy se la sarebbe ricordata per come era. Bellissima e forte. Nell’amore come nella parola.
Era una visione che gli faceva male, un male sordido, autolesionista, viscerale. Che non avrebbe più provato. Non perché non volesse o non avrebbe voluto, in quanto prezzo da pagare per accompagnarsi ancora all’immagine della ragazza che amava, ma perché c’era qualcosa in attesa per lui.
Quando erano da poco passate le dieci di sera. Howy avrebbe atteso qualche ora ancora sul dondolo cigolante. Avrebbe scorto in strada mister Levy sulla sua bici che rientrava dall’acquedotto, avrebbe saputo che era mezzanotte. Sarebbe andato a dormire.
Poi la guardò sbattendo lentamente le palpebre, mentre si sedeva accanto a lui. Soffio femmineo dal movimento delicato, come una canna al vento che si piega leggera, flettendosi su di te. La osservò con quel poco di serenità che gli rimaneva e non rifiutò quel capo che si appoggiava alla sua spalla, restituendo il gesto dopo qualche minuto di silenzio.
“Stai male vero Howy?…Appoggiati a me. Tutto questo ti sarà di aiuto, io credo. Sarà il nostro segreto…”. Gli fece lei accarezzandogli i capelli.
Lui non rispose, chiuse gli occhi e attese. Aspettò che quel nodo al centro del petto che piano si stava adagiando nelle cavità più nascoste della sua anima, salisse infine verso la gola invertendo la rotta. Verso la bocca, gli occhi. Attese di poter piangere, di potersi sciogliere copioso, di voltare tutto quel nascondere innaturale e lacerante. Per il suo futuro di uomo.
Fu un attimo. Un gesto semplice che non gli fu concesso.
Zia Lilian, la bellissima Lilian delle sue percezioni di bambino che si annunciava maschio. La zia dei suoi giochi e delle complicità mai confessate era lì, accanto a lui ora.
“Non dire nulla Howy..Non dire nulla, sarà il nostro segreto” La sua mano prese ad accarezzarlo innaturalmente. Dopo i capelli il collo, il braccio, fin giù. Al suo bacino.
Nel momento in cui le due bocche s’incrociarono, Howard chiuse gli occhi, vacillò pulsante, immaginò Charlie. Confuse il suo viso nel dolore, in quell’annuncio di piacere che era come cibo senza spezie, rosa senza colore. Poi sganciò la mente e si fece portare nel capanno degli attrezzi, mano nella mano. Fu come sedersi a una tavola imbandita se non hai fame. Come prendere il corpo nudo in calze bianche di una donna che non era la sua, come abusarne in gesti di un istinto animale che Charlie non aveva conosciuto, nei sospiri ritmici e chiassosi di quella donna biondo cenere, protesa innanzi a lui con occhi languidi e parole incomprensibili, profuse da bocca femminea che sa cosa cercare nel buio. Di cosa cibare la propria voluttà carnale. Nel silenzio di gemito di Howard che si concedeva a tutto ciò che non era amore, solo blocco e sfregio al pianto inespresso. E godette appieno della bella Lilian, mai più così eterea e misteriosa come nel bagno di servizio anni prima, mai più così carnale, come giumenta imbrigliata da mani e membra di uomo che non è uomo. Ma solo progetto interrotto di questo.
Quando il suo seme denso e copioso proruppe la terza volta sulla schiena di Lilian, Howard gemendo aveva separato già da ore le due vie della natura che sono in ciascun uomo. Che corrono attigue e parallele, fino a quando la vita stessa nell’assenza di una Charlie non le separa.
Esse non diventano che strade indipendenti che si divaricano nell’estistenza, salvo poi incrociarsi di nuovo e rendersi complementari nei più fortunati. In quelli che hanno coscienza di ciò e un volto, un corpo di donna con cui legarle. Attigue, parallele e complementari. Di nuovo.

Cancellato il volto di Charlie, ricacciato giù definitivamente quel conato di pianto liberatorio, Howard divenne ciò che era ora. Un essere monco. Di emozioni, di vita, di pulsioni reali. Evirato di passione. Dissociato il suo corpo dal suo cuore, il suo agire, dal suo sentire. Nel momento più delicato, per una scelta che non era stata una scelta, nella bellezza lasciva di una notte. Una sola notte con Lilian. Uno stupro della propria anima, perpetrato da due corpi che si univano, in virtù di pulsioni così diverse, così sbagliate.
Possono due persone violare, insieme, una sola anima, ignara e indifesa?”
Fu nel momento in cui Lovecraft realizzava tutto questo, che il suo kraken viscido allentò la spira di quella stretta tentacolare e lo lasciò come lo aveva trovato. In piedi in mezzo a una strada deserta nella sera di Providence, davanti alla casa dei Winthorpe, “gemella” della sua casa di famiglia, ma senza quel capanno degli attrezzi, alcova disgustosa ora alla sua coscienza, alla sua nuova percezione di se.
Sudato nei suoi pantaloni alla zuava, in preda a quel panico sommesso, che ti parla di errori, di sbagli, gli ennesimi. Di una vita che a 36 anni era davvero stata spesa male, in quasi ogni direzione. Ma non era il male dello sbaglio a percuotere ora Howard. Era solo lo sconcerto di un ricordo che era riaffiorato, il più materiale e concreto, così lontano da Charlotte, così diverso dalla morte che aveva sfidato con la faccia in un vaso da notte. Un ricordo di errori tanto antichi, come le pulsioni umane di cui qualcuno ti ha dotato, ma che non devi assecondare, perché farlo ti allontana da te stesso.
Howard aveva ceduto alla bellezza lussuriosa di sua zia, aveva profanato il suo agire intonso fino ad allora, aveva divaricato col forcipe della sua libidine quelle due vie che si erano tenute adiacenti e parallele nell’amore sano, infinito per Charlie. Era successo, aveva solo diciotto anni, solo diciotto anni.
No, non si sarebbe mai perdonato, non aveva giustificazioni, ma non gli importava. Di quegli amplessi perpetrati in quell’incesto, non erano quelli lo spesso martello che picchiava sulle sue ormai deboli certezze. Era solo Charlie, l’offesa che aveva recato al suo riflesso nella propria anima, il tradimento, l’ennesimo, delle sue ultime parole. Lo squarcio al proprio “talento” che non era lo scrivere, il creare, il raccontare. Ma il sentire, il provare, l’amare come istinto dell’anima unito al desiderio carnale.
Charlotte Ripple per il suo giovane uomo avrebbe voluto che la vita continuasse, che ci fossero altre donne amate come lei, dello stesso “talento”, dono prezioso di chi sa spendersi senza limiti per ciò che ama e desidera. Identico oggetto di un medesimo agire. Non così, non in un capanno degli attrezzi a consentire che la carne fagocitasse tutto. Il volto del suo primo e unico amore e le sue emozioni passate e future, in quanto espressione massima della sensibilità di quello che sarebbe diventato un uomo non comune. Nel bene immenso delle sue potenzialità, nel male gelido del suo reale.

Quella passeggiata lunga un pomeriggio e una sera intere non si sarebbe ancora conclusa. C’era un’ultima tappa, incrostata su quel percorso ormai decifrabile. Portava dritto alla sua casa, ormai vicino alla notte. Howard vi arrivò stanchissimo, aprì la porta d’entrata, non prima di aver pulito bene le scarpe sullo zerbino, quindi andò nel suo studio che era ormai quasi la mezzanotte. Si sedette alla propria scrivania e si voltò, spalle alla porta, verso la vetrata in giardino. Dallo spiraglio della tenda, osservò alla luce dei lampioni uno spicchio di prato inglese, la staccionata, la strada e oltre. Le case di fronte, con ormai pochissime luci accese. Come quella della sua lampada a olio. Attese determinato e sentì. Sentì i suoi passi inconfondibili. Ascoltati centinaia di volte negli anni, nelle notti di insonnia.
“Howard, sei tu?”
“Sono io, Zia Lilian…”
“Hai fame?..Sei stato fuori tutto il giorno, dove sei stato?” Zia Lilian era ormai una donna anziana e raggrinzita, ancor più severa nell’aspetto, da quando aveva perso il proprio marito. Nulla a che vedere con la bellezza sobria e intrigante dei suoi trent’anni, tonici e avvolgenti.
“Siediti zia Lilian. Qui, di fronte a me..” Lilian spense la sua lampada e si sedette sulla poltrona di fronte alla scrivania di Lovecraft. Un po’ stupita, già inquieta.
“Zia è ora che ne parliamo…” Aggiunse Howard guardandola con aria serena.
“Cosa Howard? Dimmi…” La sua voce tradì solo un fremito impercettibile.
Lo scrittore trasse un sospiro greve e poi: “Il capanno degli attrezzi zia.. Diciotto anni fa” . Disse.
“Non capisco Howy” Il suo occhio si fece vitreo, la sua bocca rimase tesa.
“Capisci bene, zia Lilian. Voglio solo sapere cosa ti ha spinto. Perché ti sei comportata così?”
“Howard, non mi piace questa cosa. Non capisco a cosa ti riferisci” Abbozzò un’aria di preoccupato compatimento
“Non capisci, zia Lilian?”
“No, Howard, non capisco davvero”
“Capisco io zia Lilian – argomentò calmo, solo in apparenza – capisco i tuoi nei sul ventre, intorno all’ombelico e…”
“Howard Phillips Lovecraft! –la donna in vestaglia si mise in piedi di scatto, alzando la voce – Che sconcezze racconti?!”
“Sconcezze? E’ il tuo corpo zia Lilian. Lo vuoi negare?”
“Io…Tu hai bevuto Howard o hai perso il senno!” Con uno scatto aggirò la scrivania e si avviò verso la porta.
“Tu neghi, ma eravamo in due quella sera..Dimmi solo: perché?”
“Io non ho niente da dirti Howard. Tu sei un abominio…Proprio con me, che ti ho sempre difeso e amato. La tua scrittura Howard. Io ho difeso anche quella…Ora questa offesa immonda. Pregherò Dio per te, per questo parto della tua fantasia”
“Pregare zia Lilian?”
“Sì, pregare! Pregare! Pregare!” Si era fermata davanti alla porta dello studio, agitando il capo in quell’urlo sommesso.
“Non c’è nulla e nessuno da pregare. Io avevo bisogno, tu mi hai dato. Ma non era quello che cercavo…Hai sbagliato zia Lilian, mi hai fatto male. Anche io ho sbagliato”
“IO NON HO SBAGLIATO. IO NON HO FATTO NIENTE CON TE” Urlò di rabbia, uscendo dallo studio, mentre per le scale che portavano al secondo piano si udirono i primi singhiozzi celati alla vista.

Howard rimase solo nel suo studio poco illuminato. Restò lì con tutto il suo stupore. Così intenso, così ingenuo . Di fronte al percorso di quella giornata.
Si disse che l’ipocrisia ottusa di zia Lilian rappresentava una degna conclusione. Come un cerchio che si chiudeva sulla sua persona e gli avrebbe permesso, forse, di vedere la sua realtà in nuovo modo. Non importava del dolore. Non importava davvero. Quel pensiero non fu semplicemente il suo "premio di consolazione".

martedì 12 maggio 2009

L'occasione della forma 20^ - Solo un equivoco


Quella mattina Howard uscì tardi, recuperando a fatica un aspetto normale, dopo essersi bagnato gli occhi più volte nel vano tentativo di cancellare quel rossore intorno all’iride, di togliere le tracce di quel pianto sotto il lavabo. Si vestì sportivo, senza più badare alle sue unghie. Si prese una vacanza da tutti i suoi impegni, dal “circolo”, dalla scrittura, dalla propria presenza in quella casa che gli stava così a cuore, dalle sue zie, Lilian e Annie. Che lo amavano così tanto da risultare irrispettose nei suoi riguardi. Invadenti perfino. Ma a Lovecraft, infilata la porta verso mezzogiorno, di quell’invadenza importava davvero poco e non fu per sottrarsi agli sguardi apprensivi che decise di passare fuori il pomeriggio, fu perché, una volta imboccato un percorso, per quanto doloroso o rovinoso fosse, sentiva di dover continuare, di dover procedere e chiudere i conti. Di qualsiasi entità questi si fossero rivelati. Così uscì nella sua Providence, ma fu come se fosse tornato in quella piccola città per la prima volta in più di vent’anni, come se ora guardasse il suo paese da un’altra prospettiva. Non più con gli occhi dell’adulto, dello scrittore di nome che non riusciva a monetizzare, con l’occhio distratto e vuoto dell’abitudine, bensì con lo sguardo incantato di chi, ad ogni passo, rivedeva gli anni trascorsi, il trasformarsi delle case che si affacciavano sui vialetti, il crescere delle betulle, il modificarsi dei mezzi e dell’abbigliarsi delle persone. Ogni passo un cambiamento, ogni angolo un motivo per ragionare e stupirsi, di tutto ciò che in vent’anni non aveva notato. Sapeva dove questa passeggiata doveva portarlo.
Verso il mezzodì si sedette quindi sotto una certa pianta, su una collinetta che dominava la corta vallata di Providence, in mezz’ora di passo spedito con i suoi pantaloni alla zuava che lo facevano sembrare ancora più allampanato, aveva superato tutti gli ordini di case e poi, sudato, si era adagiato sotto quella pianta. Che era la stessa del suo amore con la giovane Ripple. Una betulla ormai alta e forte che assicurava un ombra ancor più densa rispetto a 20 anni prima. Era da quel pomeriggio che non si recava in quel posto, quasi lo avesse dimenticato, quasi fosse davvero riuscito a staccare quella spina per così tanto tempo. Invece no, quella spina era rimasta lì, inserita, forte come e più di prima. Solo i ricordi, affastellati uno sopra l’altro, ne avevano celato alla sua anima, tutta la sua forza. Ora che il conto si stava chiudendo, Howard poteva stendersi rassegnato sotto quel legno bianco, quelle foglie generose. Non sentiva dolore, provava solo una sana e vivida commozione. La stessa che si era negato per anni. La stessa che rende gli uomini più fragili sul momento forse, ma più forti nel tempo, perché poggiano il loro vivere quotidiano sul proprio vissuto. Accettato per intero. Senza staccare di spine. Mutilazioni di sentimenti ed emozioni.
Howard Phillips Lovecraft, scrittore di romanzi orrorifici, per una volta decise di essere un uomo, semplicemente, e di dimenticarsi di tutto il resto. Pianse per Charlotte ventidue anni dopo, pianse per sé, pianse per quegli angeli che non erano scesi a poggiare una mano sulla sua amata, su di lui. A salvare la sua futura moglie, a salvare lui dal suo destino arido e bizzarro, seppur creativo oltre ogni limite. Pianse e pianse ancora.
“Già – si ripetè poi amaramente – il mio destino di scrittore di genere…”. Mentre i suoi occhi si facevano sottili come linee incomprensibili sul suo viso arcigno dal mento sporgente, Howard pensò, ora che se lo poteva permettere, di scendere fino alla radice della sua creatività, componendo il suo talento, tassello dopo tassello, come mattoncini di una costruzione per bambini. Chiuse gli occhi al sole di Providence, in attesa che una nuvola passasse quindi, sganciò i suoi pensieri e si abbandonò ancora. Voleva capire se stesso. Fortissimamente voleva.

Un colpo di tosse aveva percosso il suo corpo snello ai limiti dell’emaciato. A 18 anni Howard era talmente magro che le sue zie quasi si vergognavano del suo incedere dondolante. Lilian si affrettava sempre, negli spazi che la madre del ragazzo gli concedeva, a ricoprirlo con abiti imbottiti d’inverno e maglie d’estate. Il giovane Lovecraft non era certo una bellezza, da ragazzino addirittura il suo aspetto fisico così originale, ne aveva causato una certa emarginazione fra i coetanei. “Ostracismo” che Howy aveva superato bene, un po’ per l’abbraccio sin troppo affettuoso e avvolgente dei suoi familiari, un po’ per certa tendenza a vivere tutto ciò che lo riguardava con un radicale distacco. Forse la stessa naturale predisposizione che avrebbe fornito la base per quella successiva freddezza.
Tuttavia il giovane Lovecraft aveva qualcosa nel suo porgersi, qualcosa che lo rendeva davvero speciale. Nei modi garbati, ma non solo. Nel suo estraniarsi durante le conversazioni che lo portavano a perdersi nel vuoto con lo sguardo e lo facevano sembrare davvero dotato della possibilità di passare nel suo universo parallelo ad uno schiocco di dita. Le sue zie non erano mai tenere nei commenti serali. Forse solo Lilian lo considerava speciale nel modo giusto, le altre donne, compresa la madre, semplici e timorate di dio, disperavano di farne un impiegato modello, piuttosto che un professionista quantomeno di discreta fama. Tutte, comunque, erano concentrate su di lui. Come api operaie attorno alla regina.
Dopo la tosse fu la volta del vomito che agitò Howard per una notte intera. Fu una notte dolorosa fisicamente, poche settimane dopo la morte di Charlie Ripple, d’un male carnale che si associava a quel malessere sotterraneo del cuore, ormai sprofondato nella sua anima come un castello che s’inabissa nel mare. Tornato a casa dopo tre giorni di assenza, aveva incrociato gli sguardi di sconcerto delle sue zie e di sua madre che non avevano chiesto. Già sapendo.
Gli accudimenti di queste nei giorni successivi al suo ritorno si erano fatti più assidui, ma stranamente più discreti. Come se il talentuoso Howard fosse diventato uomo anche ai loro occhi che , sapevano nonostante l’aridità del loro vivere da zitelle e vedove, quanto un grande dolore potesse far crescere un ragazzo che diventava adulto d’un colpo.
Poi quella notte i primi colpi di tosse e la successiva il vomito, mentre di giorno, alla luce del sole, il suo viso era appassito subito, venendo ad assumere il colorito olivastro e innaturale di essere altro da sé. Un’ulteriore beffa per quell’aspetto fisico, davvero privo di slanci gradevoli.
Quella notte Howard capì che il male della sua anima doveva attendere ancora, anzi. Avrebbe dovuto essere sopito, cancellato, nascosto il più possibile, dal momento che prove più impegnative per il suo sopravvivere lo attendevano.
Quel bacio, naturalmente appoggiato sulle labbra umide della sua donna, gli stava costando caro. La vita forse.
Sentì dentro di sé che si avvicinava il primo, forse anche l’ultimo crocevia della sua vita, il momento in cui la “destra” e la “sinistra” in quanto scelte di percorso avrebbero esercitato un potere radicale sul suo futuro. “Vivere o morire? Resistere o lasciarsi andare?”.
Rigettando nel pitale affianco al letto, rimaneva lucido, gestendo quel male che montava, fulminante come un lampo su una vita rabbuiata dal dolore sopito, incancrenito nella parte più nascosta del suo sentire. Faccia a faccia, senza nessuno che sapesse, senza alcuno che avesse avuto modo di capire il momento, d’intervenire, d’interferire. Da solo quindi, completamente.
Fu quello il momento in cui la sua vita da sopravvissuto svoltò definitivamente. Il suo staccare la spina fu perentorio per gli anni a venire. Cancellata la sua adolescenza, congelato il percorso di amorosi sguardi all’emporio di mister Buff, nettato il suo ricordo di quel battito d’ali fra le sedute in chiesa e le parole di zia Lilian e l’ombra della betulla sulla collinetta. E il viso e le parole e la voce di Charlotte. E il suo corpo…Fu quello, forse, il segreto del suo sopravvivere al male di Charlie. Come se l’escludere un altro dolore immenso, dell’anima. Il potarlo dei suoi rami maleodoranti e invasivi, gli avesse permesso di trovare la forza per gestire il male fisico, il superare quella notte di dolore, di conati, di stanchezza infinita che ti parla di pace eterna, mentre il tuo tempo non dovrebbe scadere.
Vomitò otto volte in silenzio, con la porta della sua stanza chiusa al mondo, le ultime due inducendo d’istinto i conati con le due dita della destra in bocca, mentre la sua lucidità spaventava se stesso. Lo stesso suo male.
Freddo come ferro nella neve, non perché vivere davvero lo interessasse, ma solo perché l’essere trascinato via dalla stessa malattia del suo amore, gli pareva beffa troppo grande per il suo destino. Fu quello il momento in cui rilesse idealmente quel libro insignificante al fianco dell’ultimo letto di Charlie.
Mentre i muscoli del collo si tendevano a vista, il capo si protendeva verso il vaso da notte e la sua bocca si contorceva in smorfie di espulsione liquida, non aveva che da scegliere, sganciando la sua immaginazione verso infinite vette. Aveva pensato a un libro scritto da un arabo pazzo, un libro che potesse racchiudere in sé, in trame e periodare orrorifici, il segreto della vita, la libertà e la schiavitù dalla morte. Pensò a formule segrete, a riti magici di nefasta e innaturale provenienza, motti che consentissero agli uomini di andare oltre, sfidare i demoni, scendere a patti con l’inferno, e sopravvivere. Non c’era nulla di amorevole in quello, niente che potesse rapportarsi all’amore, eppure tutto da quello nasceva. Dall’assenza di Charlie, dal bisogno di non morire, ora, del suo stesso male, colto improvviso in una notte qualunque, davanti a un pitale nel chiuso della sua stanza di ex adolescente. Fu in quel momento, nell’istante esatto in cui pensò al suo libro dei morti, che la rotta del suo destino, gli piacque pensare oltre vent’anni dopo, fu invertita.
Nessuna “grande mietitrice” avrebbe appoggiato la sua falce sulle sue terga glabre, lui sarebbe sopravvissuto a tutto. Ai due dolori, ai due mali invasivi che gli contorcevano l’anima e le membra. Nella sua stanza di Providence Howard Phillips Lovecraft sopravvisse in qualche modo. Un “modo” che avrebbe capito solo molti anni dopo, sotto un lavabo pochi metri più in là, in fondo al corridoio. Tanto tempo, per un percorso così breve…
Lui si era salvato da solo e lo aveva fatto nella notte, sganciandosi dal buio del suo vissuto, estraniandosi dal dolore lancinante che lo avrebbe spinto verso la giovane Ripple, secondo quello schema romantico che avrebbe voluto “amore raggiungere amore”. Di romantico a Howard non sarebbe rimasto che qualche libro polveroso, incastonato nella sua libreria. Non ebbe paura nemmeno un istante nella notte di Providence con il viso proteso innaturalmente, non lo sfiorò l’ansia di dover scegliere, il timore di non farcela. L’orrore di dover morire. Non perché fosse un coraggioso, solo perché vivere o morire, a quel punto, per lui sarebbero state la stessa identica cosa. Per il suo sentire anestetizzato, per gli obiettivi che non aveva, per quell’amore ascetico eppure terreno che aveva perso. Per sempre. A soli 18 anni quel giovane allampanato aveva già percorso una vita intera in pochi mesi. Amando, soffrendo, conoscendo la morte, scegliendo di vivere. Una qualsiasi vita.
Aveva deciso di rimanere, agganciato alla sua esistenza terrena, con le unghie e con i palmi, con i denti e con la bocca, immaginando un libro insignificante letto al capezzale di Charlie. Un libro che nella sua immaginazione era diventato l’insana poesia interminabile che un arabo pazzo aveva indirizzato ai morti. Invocandoli e chiedendo intercessione.

Il giorno dopo sua madre e le zie si accorsero dei suoi ritardi, e capirono dal suo pallore verdastro. Howard fu ricoverato poche stanze più avanti di Charlotte giorni prima, lo portarono cosciente e lucido. Sapeva, sentiva che il peggio era passato che quel male fulminante non lo avrebbe preso, pensò solo a superare la pedanteria delle cure con la naturalezza di un’incoscienza, solo apparente. A gestire la nausea. Si beò beffardo dell’ansia delle zie e di sua madre, osservò la fredda asetticità dei medici, rimase olivastro in attesa. Di potersi alzare ed andarsene. Aveva un desiderio, voleva raccogliere tutti i suoi scritti di adolescente e farne un falò, a chiudere col passato, a fuggire dal dolore, a ricominciare. Daccapo. Su nuove basi di insana ma incredibilmente creativa autogerminazione.
Era nata in questo modo una delle chiavi di produzione e lettura del suo scrivere. Howard aveva forgiato, concependolo nelle cavità cancerose del suo dolore, il mito cui mise il nome, anni dopo, di “Necronomicon”. Come un inno putribondo destinato a un mondo parallelo, di bruttezze indicibili, di mostruosità mai concepite prima, un lungo ricettario di formule diversamente composte e mai veramente specificate che sarebbero servite ai suoi racconti, come la falce per mietere vecchi punti di vista, la zappa per estirpare le zolle di obsoleti capisaldi della letteratura orrorifica. Nel momento in cui superava di slancio il terrore della morte e ne schivava agile e gelido le sue concrete spire, Howard realizzò che il suo obiettivo più ambizioso sarebbe stato quello: non di vivere una vita ricca di successi e denaro e amore, in varie forme attinto, ma semplicemente di creare un mondo parallelo. Grazie alla sua penna, alla sua incredibile immaginazione che gli aveva permesso di salvarsi. La radice vera del suo immenso talento non si sarebbe dunque innervata su un terreno che ormai considerava banale e già ascoltato, ma si sarebbe poggiata su un originalità assoluta, ora che poteva permettersela, ora che la sua stessa vita, lui credeva, era stata salvata dalla propria creatività. Proteso su un pitale laccato a immaginare il suo libro in pelle umana a recitare formule, inni, invocazioni ai morti e ai loro demoni. Negli anni la sua produzione, per quanto svilita da pubblicazioni in riviste non all’altezza, da lettori non sempre attenti; mortificata da retribuzioni irrisorie, si sarebbe poggiata su quella base. Una base unica, irripetibile, ineguagliabile. Perché nata nell’anima e nella mente di un uomo unico, per la sua mediocrità nella scelta di non sentire nell’immediato, per la grandezza del suo autogerminare, attingendo dal “non sentito”. Anestetizzando l’immediato, attingendo nel profondo del suo vissuto.

Sotto quella betulla Lovecraft non smise di piangere silenzioso, si concesse solo una piccola pausa, ruvida sotto gli occhi, per le lacrime seccate dalla brezza. Godette del paesaggio bucolico di quello stralcio di New England, si beò, proprio come un “timeout” in una partita di football, della bellezza di tutto quel verde che lo circondava, con le casette in lontananza, le staccionate bianche e i viottoli di pietra che disegnavano iperboli fra i prati. Capì il perché aveva scelto quel punto nell’abbraccio alla sua Charlotte, si sentì sciocco per essersi privato di tutto quello, si scoprì indulgente nell’averlo deciso per sopravvivere. Era un’indulgenza che partiva da lontano, dalla consapevolezza di aver patito, oltre ogni limite.

“Howy non tradire mai il tuo talento. E’ un dono. Tieni le briglie in mano…” Le aveva sussurrato Charlie l’ultima sera, mentre lo guardava con gli occhi lucidi nel pallore. “Qualsiasi cosa accada non rinunciare mai ai tuoi sogni, alla tua vocazione. E’ una cosa bella, destinata alle persone rare. Non ti lasciar andare... Mai.”.
Lui non si sarebbe lasciato andare, avrebbe assecondato il suo talento. A lui avrebbe sacrificato tutto. La volontà di morire nella notte, quella di vivere una vita normale, fatta di pulsioni, di passioni, di emozioni, le stesse che invece schivava afferrandole di sbieco e depositandole nella sua anima, come si fa con dei vecchi vestiti smessi nell’armadio in soffitta. Aveva assecondato Charlotte e quel suo dire in punto di morte, aveva piegato la sua vita. A partire dall’istante in cui il suo amore se ne andava, lasciandolo solo. Non avrebbe tradito il suo talento, non lo avrebbe tradito al punto da sacrificargli tutto, da quella voglia insana di lasciarsi prendere dalla morte, fino a quel sentimento mutilato che lo aveva cinto a Sonia. L’ultima vittima di quel “mostro” che si era costretto a diventare. Tutto immolato sull’altare del suo scrivere.

Quando le prime luci cominciavano ad accendersi fra le casette della periferia di Providence Howard Phillips Lovecraft era ancora lì a fare il suo bilancio, partito da una macchiolina nera fra le unghie, prorotto squilibrato sotto un lavabo, continuato commuovente e patetico sotto una betulla.
Restava l’ultima domanda, la più tragica per lui. La più importante, naturalmente. Quella che un uomo normale, che ha voglia di essere o di ritornare tale, non può non rivolgersi se fa un bilancio. In qualsiasi momento esso arrivi.
“Ne è valsa la pena?” Si chiese a voce alta che aveva smesso di piangere e vagava con lo sguardo perso e sconcertato. “Che cosa ne ho fatto del mio talento? – proseguì poi, nella sua mente, mentre scriveva sul suo taccuino – Quali ne sono i risultati? Chi ne ha giovato? Se avessi saputo che ne avrei goduto solo io, solo la mia vanagloria, avrei scelto diversamente, forse mi sarei lasciato morire con la faccia in un vaso da notte.
Non è stata vita senza Charlie, non è stato che sopravvivere scrivendo. Non ho avuto che incubi e rabbia da vergare, non ho sentito che mostri, non ho visto che demoni. Li ho afferrati e li ho messi su carta. Facendo solo finta che fossero il frutto astruso della mia creatività. Ma essi non sono “frutto”, non sono nemmeno albero, sono solo lacrime che non danno vita. Emozioni mai vissute che generano fugaci emozioni per gli altri, mentre tu sfoltisci la tua anima e ti rendi vuoto come una bottiglia che galleggia senza una meta”.

Poi rialzò lo sguardo e fissò un punto qualsiasi, mentre i suoi occhi rivedevano la giovane Ripple. Si domandò per la prima volta nella sua vita se tutto quello non fosse stato che un tragico equivoco. Una di quelle circostanze per le quali ti viene detta e consigliata una cosa e tu la ritagli su te stesso, come se ti calzasse in pieno, quando in realtà essa è rivolta ad aspetti di te che nemmanco conosci.
Charlie amava Howard e lo conosceva come una giovane donna può conoscere il suo ancor più giovane uomo. Questo pensò Howard per la prima volta calandosi nel cuore del suo eterno amore, per la prima volta amando lei profondamente, la sua anima e non il riflesso che da questa si produceva sui propri sensi. Si disse che Charlie lo sentiva forte e passionale, unico per la sua capacità di amare e di smuovere le proprie emozioni per renderle materiali, fruibili per quel “noi” esondante che investita e trasformava tutto, gestendolo al servizio dei due giovani innamorati.
“…Che cosa poteva c’entrare in tutto questo la mia scrittura? I miei racconti onirici? La mia ingenuità creativa?..”
Charlotte Ripple aveva ascoltato i racconti giovanili di Howard, aveva sorriso, si era emozionata a quel periodare ancora acerbo ma incredibilmente calzante per le immagini del ragazzo che si mostrava, di settimana in settimana, sempre più creativo e trascinante; ma il suo sguardo.
Il suo sguardo, valutava ora Lovecraft sotto quell’eterna betulla, il suo sguardo non si beava del talento, di quel talento di scrittore in erba. Quei sorrisi non erano per la fluidità di quel periodare, per la contiguità fra l’immaginifico e il reale che nel suo produrre cominciava ad emergere. Charlotte non si beava di quanto fosse bravo a scrivere e a immaginare il suo giovane uomo. Forse non era nemmeno in grado di capire dove quel talento potesse portarlo. Lei..
“..Lei mi amava. Mi amava nonostante le mie bruttezze, malgrado la mia goffaggine. Non le importava in fondo della mia scrittura, se non come mezzo mio, straordinariamente personale, ma solo come mezzo…”Allora un’idea sconcertante nella sua semplicità luminosa, come un cuneo che s’infila nel conscio e si fa strada in virtù della sua forma acuminata e levigata come un semplice passaggio in un calcolo aritmetico, cominciò a pervadere la sua razionalità, a diventare padrona delle sue certezze su quelle ultime parole della sua unica vera amata.
Fu come scoprire, dopo un lungo viaggio destinato alla trasmissione verbale di un messaggio mnemonico, che si è dimenticato cosa dire. Ma Howard non aveva dimenticato. Cosa ancor più grave, aveva frainteso. Con la semplicità di un ragazzotto. Aveva ascoltato attento e commosso e si era infilato a forza le parole della sua compagna, come si fa con un abito stretto.
“..Il mio scrivere, il mio talento nel farlo. Le mie immagini, la mia creatività...Non a quelle erano destinate le parole di Charlie. Solo all’uomo, forse, alle sue emozioni, alla capacità di pulsare, di percuotersi in un amore, di donare tutto se stesso…”.
La vocazione che la sua Charlotte intendeva era “solo” la sua capacità di amare, di vivere, di emozionarsi, di godere dell’attimo e di renderlo un’eternità. Il suo dono era quello di poterne gioire e poterne fruire, come di un corpo agile slanciato nell’attitudine dell’atleta più vincente.
Nella sua bionda semplicità, Charlotte Ripple aveva divelto le porte dell’anima di Howy ed era stata investita come da un vento caldo che ti accoglie, spalancata la porta di casa in inverno. Ne aveva goduto, vi si era assopita, stupendosi di tutta quella grandiosità. Aveva, unica nella vita di Lovecraft, gettato uno sguardo nel cuore di quel giovane che diventava uomo. Aveva visto cose meravigliose, le aveva giudicate “talento”, aveva invitato il suo compagno a prendersene cura. A proteggere quella capacità di sentire. Di provare. Di vivere. Dal momento in cui lei non avrebbe più potuto. E Howard che cosa aveva fatto?

A 36 anni, sotto quella pianta, ormai a sera, con le lucine delle case sempre più definite nell’imbrunire, Lovecraft non sentì più il bisogno di piangere, mentre toccava la radice delle sue scelte più profonde. La stessa freddezza, prodotta da quell’antico equivoco, gli permise di realizzare la tragicità emotiva del suo errore. Diciotto anni prima.
“…Io ho vissuto a contrario. Ho tradito, senza saperlo. Ho gettato, quando avrei dovuto fruire, ho bruciato, mentre avrei dovuto scaldarmi. Ho sacrificato tutto a quel mezzo che è lo scrivere. Avrei dovuto vivere, non importa dei miei racconti, della mia creatività. Ho fallito, vivendo una vita monca fino ad ora. Sacrificate le membra del mio pulsare a un finto dio...Non fu l’ambizione, nemmeno la vanagloria, fu il bisogno di proteggere il mio talento. Sbagliato”

Sarebbe bastato a quello scrittore per larga parte incompreso, concedersi la possibilità di ripensare a quei giorni di Charlotte, senza celarsi il ricordo nell’animo. Sarebbe stato sufficiente concedersi allora, il pianto che lo investiva adesso. Sarebbe cambiato tutto. Il suo talento di scrittore sarebbe stato investito dalla sua emozione quotidiana, Howard avrebbe affrontato e gestito le proprie pulsioni come fanno tutti gli uomini “normali”: vivendo, vivendole. Lasciandosi frenare anche, tarpare le ali da quelle, giorno per giorno; ma godendo infine di poter vivere una vita vera. Senza viaggi onirici, mostruose creature inesistenti, ma con tanto più reale nella sua vita, da renderla concreta, con un peso ed una forma diverse da quelle fatue vergate sulla carta nei suoi romanzi. Ad Howard Phillips Lovecraft restarono solo quelli, infine, insieme alla così magra consolazione di aver capito se stesso, sceso in fondo alla propria anima, come farebbe uno spericolato speleologo. A esplorare ciò che da sempre si è celato, ma in tempi e momenti troppo diversi da quelli che erano opportuni. Per evitarsi di bruciare così larga parte dell’esistenza, votata fin lì ad autogerminazioni assurde e di inarrivabile bellezza.
Le sue lacrime di diciottenne, versate dall’uomo di oggi, ebbero il sapore amaro dell’irreversibilità di una condotta di vita sbagliata, appoggiata su un orrendo equivoco.
Sì, sarebbe bastato si fosse fermato a pensare alle parole di Charlie almeno una volta in quegli ultimi diciotto anni. Tutto sarebbe stato diverso.

Ormai a sera, ciondolando attonito giù dalla collinetta verso la periferia di Providence, lo scrittore respirò in pieno quel profumo di primavera inoltrata. Lo fece come un gesto normale, da uomo comune. Chiuse gli occhi è immaginò un momento della sua vita. Uno qualsiasi legato a quei profumi. Era questo un primo gesto istintivo di vita che viene vissuta, mentre passa e se ne va.